La Resistenza a Correggio

 


Alle ore 17:00 dell’8 di settembre, la radio annunciò l’armistizio dell’Italia con gli anglo-americani e Correggio celebrò il momento con un corteo, sotto iniziativa di un gruppo di giovani comunisti.

L’antifascismo a lungo tacitato durante il Ventennio poté riprendere finalmente nuovo slancio e nella bassa reggiana numerose famiglie si mobilitarono per sottrarre i soldati italiani dalla cattura. Nonostante gli sforzi, circa 400 sfortunati vennero catturati dei tedeschi e deportati. 19 non tornarono più.

In opposizione al Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), Mussolini fondò la Repubblica di Salò o Repubblica Sociale Italiana (RSI), lo stato fantoccio voluto da Hitler, con l’intento di continuare le politiche fasciste.

 

In questo turbolento momento storico, Correggio fu uno dei primi comuni a istituire nuovamente la propria sede del fascio sotto la giurisdizione del Commissario Straordinario ed ispettore federale Quirino Codeluppi, forte anche della presenza di una guarnigione tedesca di un centinaio di effettivi. Il 5 dicembre venne rioccupata la vecchia sede del Solco Fascista e istituita la Guardia Nazionale Repubblicana (GNR).

 

Le forze antifasciste dovettero giocoforza fare riferimento ai militanti comunisti, spesso più attivi nell’opporsi al regime, delle varie frazioni comunali e Correggio vide un rapido incremento di “Gruppi Sportivi”, ovviamente una copertura per organizzazioni antifasciste dedite al boicottaggio e al sabotaggio dell’autorità neofascista. Le maggiori problematiche erano il reperimento di armi, case di latitanza, che arrivarono ad essere ben 90 in tutta la storia della Resistenza ed il cosiddetto “attendismo”, ovvero la politica di attesa delle forze Alleate in luogo di azioni di resistenza autonome, dettata da ragioni etiche o politiche.

Quest’ultima problematica fu risolta con una decisa azione di propaganda e a fine ottobre, Correggio fu fra i primi comuni ad istituire il proprio CLN comunale, sotto la guida di Gustavo Corradini (PCI), Luigi Paterlini (cattolici) e Bruno Montanari (socialisti).

 

Tra settembre ’43 e gennaio ’44, si assistette a poche e sporadiche azioni di guerriglia e sabotaggio.

La svolta che segnò l’escalation del conflitto si ebbe il 28 gennaio, con l’uccisione del capo della GNR di Rio Saliceto attorno alle 18:15. Nella notte tra 28 e 29, Romeo Benassi, Umberto Dodi, Dario Gaiti e Destino Giovannetti furono prelevati dalle loro case, sommariamente giudicati da un Tribunale Speciale e fucilati il 30 gennaio 1944 assieme a tre lavoratori, Enrico Zambonini e Don Pasquino Borghi. Giovannetti riuscì a fare recapitare alla moglie Umberta un biglietto: “Rassegnatevi al destino crudele, siate forti, non avrei mai creduto una cosa simile. Muoio Innocente”; Dodi lasciò alla moglie un semplice: “Stai tranquilla, tornerò”.

Dai documenti dell’ispettore generale fascista, si evince un quasi totale disinteresse da parte dei tedeschi riguardo alle azioni di Resistenza, il che, oltre a lasciar supporre un contrasto tra autorità tedesche e italiane, non lascia dubbi riguardo la natura totalmente fascista della repressione.

La brutalità della reazione della GNR, rallentò di molto l’operato della Resistenza correggese, pur non arrestando del tutto l’insorgere di scioperi e proteste. Il 6 e il 7 di febbraio vennero segati ed abbattuti dieci pali della luce a prato di Correggio e nella stessa notte fece la sua comparsa su tre case la scritta PANE – PACE – ABBASSO LA GUERRA – SCIOPERATE – FUORI I TEDESCHI DALL’ITALIA – A MORTE I FASCISTI E LE LORO SPIE, in vernice rossa e con tanto di falce e martello.

 

Il 17 maggio, Cassino venne liberata dopo settimane di aspra battaglia e il 4 giugno Roma poté considerarsi liberata e il 10 giugno si instaurò il governo Bonomi, già presidente del CLN.

In vista di tali avvenimenti, la RSI compie il massimo sforzo in termini di amministrazione comunale, organizzazione del Partito Fascista Repubblicano (PFR) e costituzione dell’esercito repubblicano.

Il 21 marzo 1944 il PFR di Correggio venne fondato da un triumvirato composto da Armando Wender, Marco Montanari e Quirino Codeluppi in veste di segretario. Ebbe così inizio tra marzo e aprile 1944 una massiccia operazione di reclutamento tramite bandi di chiamata, con pesantissime minacce in caso di renitenza. L’effetto più eclatante di queste misure fu, per sfortuna dei fascisti, l’adesione massiccia alle forse di Resistenza, l’istituzione della 37esima Brigata  GAP (Gruppi d’Azione Patriottica) e l’installazione di una tipografia clandestina a casa dei fratelli Pinotti di Canolo nel mese di marzo. Le azioni di sabotaggio ripresero dunque con rinnovato vigore, in particolare lo spargimento di triboli, la manomissione/asportazione di cartelli in lingua tedesca e il taglio di cavi telefonici e telegrafici.

 

Il 3 maggio, verso le 21:50 avvenne l’uccisione a colpi di pistola di Quirino Codeluppi e dopo solenni onoranze funebri la reazione fascista cominciò ad avvalersi di spie, infiltrati e delatori per mettere in atto le proprie rappresaglie. Le prime vittime furono Antonio Saccani e Bruno Incerti Capretti, prelevati dalle abitazioni e fucilati il 6 giugno. Due giorni dopo toccò ad Armando Luppi e Ugo Bizzarri; quest’ultimo, solo ferito, si spense dopo un mese di coma il 6 luglio. La giustificazione di tali omicidi: una presunta adesione alla federazione comunista di Reggio Emilia, senza un solo accenno ad un coinvolgimento nella morte di Codeluppi.

Il 6 di luglio, con la morte del comandante GAP Gisberto Vecchi, la Resistenza di Correggio subì un duro colpo, senza tuttavia smorzare la spinta dei combattenti della libertà: infatti, gli Alleati stavano rapidamente guadagnando terreno e a metà luglio erano già alle porte di Ancona, alimentando la fiamma della speranza di una prossima liberazione.

Il CNL incoraggiò quindi il boicottaggio delle risorse agricole e tra luglio e agosto furono istituite le Squadre d’Azione Patriottica, composte da cittadini che continuavano la loro attività lavorativa nelle campagne per prendere le armi di notte, in maniere più fluida ed indipendente rispetto a GAP e Garibaldini sui monti. La naturale contromisura fascista, fu l’istituzione della Brigata Nera, sotto il comando di Arrigo Ruini.

Il 14 luglio i partigiani attaccarono un camion tedesco, ferendo quattro occupanti. I Tedeschi risposero entrando in casa di Francesco Vezzani e uccidendolo. Pochi giorni dopo, effettuarono un rastrellamento, catturando 20 persone, fra cui don Enzo Neviani e don Mario Grazioli. Alcuni fuggirono durante il tragitto, gli altri furono deportati in Germania, ma ebbero comunque la fortuna di sopravvivere tutti alla prigionia e a fare ritorno dopo la Liberazione.

 

Ad agosto del 1944 la missione britannica informò il comando partigiano di un’imminente offensiva di vasta portata, incoraggiando le forze di Resistenza a intraprendere quante più azioni possibile per favorire l’avanzata degli Alleati e frustrare le operazioni dell’Asse ed il 25 agosto, l’VIII armata britannica passa all’attacco. Venne intrapreso il sabotaggio dell’officina di riparazione per aerei AVIO ad opera di Luciano Dodi, Bruno Natalini Vicentini e Giuseppe Campana agli inizi di settembre. Tristemente, si trattò della loro ultima azione: il 18 settembre, i tre caddero in un’imboscata. Dodi e Vicentini caddero nello scontro a fuoco, mentre Campana fu catturato e, dopo giorni di torture, impiccato il 30 settembre con altri 5 modenesi, all’età di 16 anni. Il 19 il cinquantanovenne Pietro Rossi di prato venne, come già molti prima di lui, prelevato dalla propria dimora e fucilato, così come Armando Bonezzi. Giuseppe Becchi venne assassinato in zona di Cuneo e Walter Borelli cadde in un’imboscata  a Colombaia il 25 di ottobre per essere fucilato il 1 novembre. Il fratello poté recuperarne i resti solo dopo la Liberazione. Questi tragici atti saranno forieri di un inverno insanguinato.

 

Il 13 novembre il Generale Alexander diramò il suo famigerato proclama, invitando i patrioti a cessare le attività in vista dell’arrivo dell’inverno, con gran disappunto delle forze della Resistenza e malcelato sollievo dei nazi-fascisti. Il comandante Toti, si oppose al proclama, chiamando ad un rinnovato sforzo nelle azioni contro il regime. La più eclatante avvenne il 20 novembre, con l’incendio di un’autovettura fascista, in cui restarono uccisi 4 dei 6 militi a bordo. Il 26 novembre, il gappista Dino Turci “Scheggia” venne catturato e sottoposto a due mesi di torture, prima di essere fucilato il 3 febbraio 1945 a Porta Brennone.

 

Nell’inverno tra ’44 e ’45, lo stallo del fronte permise all’Asse di spostare il suo sforzo bellico verso l’obiettivo della distruzione dei ribelli e mise in atto un ampio rastrellamento tra Modena e Correggio. Le SAP si videro costrette a non ingaggiare. 6 operai furono catturati e fucilati per renitenza alla leva e rastrellate e deportate altre 70 persone: nell’interezza dell’operazione non rimase catturato o ucciso un solo partigiano.

La Resistenza passò all’azione per via dell’immediata necessità di autoforaggiarsi, ben sapendo di non poter contare sull’intervento alleato a causa del proclama Alexander, e i sappisti diedero l’assalto ad un’autocolonna  tedesca, perdendo nello scontro Contardo Campedelli.

La brutale reazione fascista non si fece attendere: il 23 gennaio Medardo Pergetti, di 61 anni, venne ucciso da tre fascisti sull’uscio di casa. Il rastrellamento che ebbe luogo il 25 gennaio, a differenza di quelli precedenti, non fu indiscriminato e casuale, ma frazionato, metodico e pianificato con efficienza poliziesca.

All’alba, i nazifascisti circondarono la casa di Raul Incerti “Bobi” e Abbo Panisi “Nelson”, a Canolo, ben consci del fatto che all’interno dell’edificio si trovasse l’intero comando della 77esima SAP: Guerrino Cavazzoni “Ciro”, Renato Bolondi “Maggi”, Egidio Baraldi “Walter”, Vasco Guaitolini “Biavati”. Questi tentarono disperatamente di rompere l’accerchiamento, riuscendoci al prezzo della vita di Guaitolini e Panisi.

Contemporaneamente a questi fatti, sulla base di indicazioni ben precise, i nazifascisti occuparono la casa del fratello di Toti, Adalciso, con l’intento di tendergli un agguato. Toti, recatosi sul luogo, presagì il pericolo e tentò invano la fuga tra i campi, finendo falciato da una raffica. Il corpo fu rinvenuto dalla sorella Vandina, anch’essa freddata con due colpi di pistola in fronte per essersi scagliata contro gli assassini del fratello gridando loro in faccia “Vigliacchi! Assassini! Carogne!”.

Il giorno seguente toccò a Marco Pinotti “Caruso”, Egano Grossi e Medardo Pagliani.

Il bilancio di quest’inverno si rivelò pesante per la Resistenza: 10 morti e 14 arrestati, con prevedibile scompiglio all’interno dell’intero movimento.

 

Questo sanguinoso tributo indusse i ribelli a cambiare strategia ed organizzazione, creando piccoli gruppi dediti alla totale clandestinità con sede permanente nelle varie case di latitanza, smantellando così alcuni distaccamenti in favore delle “volanti”. Correggio ne formò due, la “Mobile Soave” e il “Celere Borghi”, rispettivamente composta da venti e trenta effettivi.

Il 2 1945 marzo un autocarro tedesco venne preso d’assalto e quattro soldati rimasero uccisi. La rappresaglia che seguì a questa azione fu forse la più crudele della storia della Resistenza di Correggio. Tre prigionieri, catturati otto giorni prima, furono selvaggiamente torturati e sepolti all’inizio di via Campagnola, esanimi, ma con ogni probabilità ancora vivi.

Il 5 marzo fu la volta di un’auto tedesca, con a bordo un mongolo e due ufficiali tedesco, immediatamente fatti prigionieri. L’asiatico disertò per unirsi ai partigiani, mentre i Tedeschi furono uccisi alcuni giorni dopo. Ignari della sorte dei commilitoni, il 12 del mese i Tedeschi operarono un rastrellamento di  60 ostaggi nei pressi di Fossoli, individuando fra essi 4 partigiani con l’intenzione di effettuare uno scambio di prigionieri per la liberazione dei 2 ufficiali. Furono designati il Commissario Prefettizio Ezio Scaltriti e il Prevosto monsignor Bonacini in qualità di mediatori. Venne fissato un ultimatum per il 15 marzo, ore 16:00. Scaltriti, riuscì ad ottenere una proroga di 24 ore ed il giorno seguente la delegazione partigiana disse che effettivamente avevano operato l’arresto dei tre, ma che avevano tutti disertato. I Tedeschi reagirono alla notizia fucilando i 4 partigiani prigionieri a Ponte Nuovo. A quel punto Scaltriti, con sforzo immane, riuscì a stabilire un incontro per il 17, ottenendo una proroga di quattro. Non è ben chiaro cosa avvenne durante quell’incontro, fatto sta che il 23 marzo riuscì ad ottenere la liberazione di tutti gli ostaggi civili.

 

Il 9 aprile 1945 gli Alleati lanciarono l’offensiva volta alla liberazione dell’Italia del Nord. Il movimento di Resistenza reggiano riprese le attività con rinnovato vigore, trasformando il territorio in una vera propria polveriera di ribellione. Il CLN provinciale progetta la cosiddetta “giornata insurrezionale”, una sorta di prova generale per la futura insurrezione prevista per il 13 aprile. I Gruppi di Difesa della Donna si mobilitarono, scendendo in piazza con il sostegno della popolazione, mentre a S. Prospero GAP e SAP bloccarono la strada Reggio – Correggio, catturando 13 fascisti, Commissario Prefettizio incluso. Verso le 13:00, tuttavia, i partigiani furono presi d’assalto da nutrite forze della Brigata Nera, che li costrinse a sganciarsi, portando con sé gli ostaggi ma lasciando ferito sul campo il sappista Dario Ascari. Quest’ultimo, dopo tre giorni di torture, venne trucidato nella notte a cavallo tra 16 e 17 aprile, senza aver proferito parola utile al nemico.

 

Il 15 gennaio a Fosdondo ebbe luogo la battaglia che si sarebbe rivelata il più importante fatto d’arme della Resistenza reggiana. I partigiani vennero a sapere di un consistente carico d’armi stazionato a Gazzata e subito Sergio Fontanesi “Mauser” e Giacomo Pratisoli “Aldo” si recarono a prelevarlo. Verso mezzogiorno, un gruppo di fascisti catturò Ennio Bassoli “Musco”, presto liberato da un’azione di partigiani di Fosdondo. Nel frattempo, un gruppo di fascisti bagnolesi si fermò a Fosdondo e cominciò a perquisire i cittadini inermi. Musco e Aldo, in motocicletta, passarono proprio in quel momento, seguiti dal camion di armi su cui erano appostati altri partigiani. Fermati dai fascisti ed identificati come ribelli, Aldo e Musco furono uccisi dai dai fascisti, che furono immediatamente fatti bersaglio dal fuoco dei partigiani sul camion. I fascisti sopravvissuti si barricarono nella chiesa e i partigiani decisero di avvisare un distaccamento di GAP, il “Borghi” e il “Soave”. Tre camion di fascisti vennero assaliti e i reparti che trasportavano quasi totalmente annientati. La battaglia aveva ormai acquisito le proporzioni di uno scontro campale aperto e i fascisti convogliarono sul luogo tutti i reparti disponibili, per un totale di 12, forse 13, autocarri, operando una manovra d’accerchiamento. Paride Caminati “Carburo” e Luciano Tondelli “Bandiera” caddero sotto i colpi del nemico e il comandante “Diavolo” diede l’ordine di sganciamento per evitare una disfatta. S’offre coprire l’operazione di ripiegamento, altrimenti impossibile,  Angiolino Morselli “Pippo”, che impegnò ferocemente il nemico finché, esaurite munizioni e granate, fu raggiunto da una raffica mortale. Con il successo dello sganciamento, la battaglia di Fosdondo si concluse, con un bilancio di 5 morti tra i partigiani, 3 civili e un numero imprecisato di caduti fascisti, di qualche probabile decina. Si può dare per certa la partecipazione di almeno 180 partigiani.

 

Con il finire del mese, i Tedeschi erano ormai in rotta e l’obiettivo dei partigiani nei giorni antecedenti alla Liberazione fu la cattura del maggior numero possibile di soldati occupanti, in modo da scompaginare il più possibile la ritirata ed impedire un’eventuale riorganizzazione ed attestazione di una linea difensiva oltre il Po. Il presidio di Correggio era ormai deserto, lungo ogni strada un gran viavai di Tedeschi, in fuga dall’avanzata irrefrenabile degli Alleati: la Linea Gotica non esiste più. Il 22 aprile, la prima autocolonna alleata fece il suo ingresso a Correggio, distribuendo cioccolato ai bambini e sigarette agli adulti. Il 23 di aprile arrivarono in paese i partigiani del “Soave”, diretti ad una casa colonica occupata dai tedeschi, ottenendone la resa immediata.

Il giorno, in zona Prato, una consistente colonna tedesca di 186 uomini di passaggio iniziò a darsi a razzie e saccheggi casa per casa. Il “Soave” si diresse in zona, intimando anche ad essi la resa, commettendo un grave errore di sottovalutazione riguardo l’entità delle forse nemiche. L’intimazione di resa fu accolta dal fuoco tedesco, costringendo i partigiani a richiedere l’aiuto di una cinquantina di sappisti locali. I Tedeschi si videro costretti ad asserragliarsi negli edifici locali e lo scontro arrivò a protrarsi fino al tramonto. Le sole vittime della giornata furono un partigiano e due civili.

Lo stallo fu infranto il 24 di aprile, con l’arrivo di un ufficiale americano, giunto fin lì per intimare la resa dei Tedeschi. Di fronte alla richiesta di un ufficiale Alleato, gli invasori decidono di consegnarsi: mai, infatti, si sarebbero affidati alle mani dei partigiani, per timore di non ricevere un adeguato trattamento di prigionia o di essere immediatamente uccisi.

A Canolo, contemporaneamente a questi fatti, si consumò l’ultima tragedia su territorio correggese: un gruppo di Tedeschi in uniformi americane aprì il fuoco sulla folla uscita ad acclamare i presunti liberatori, uccidendo 9 persone inermi. Non è ancora ben chiaro come i Tedeschi poterono entrare in possesso di divise americane, né quale fu la sorte degli assassini.

La sola consolazione di Correggio, fu che, il 24 aprile 1945, poté finalmente dirsi libera dall’occupazione nazifascista del proprio suolo.

 

La Liberazione era infine giunta!

 

I libri


1945-01-25 Rastrellamento di Canolo di Correggio

1945-04-15 Combattimento di Fosdondo di Correggio


Schede report Monumenti


Memorie dal ‘900 (Comune di Correggio)