Z

A B C D E F G H  I L M N  O P Q  R S T U V Z

Zambonini Enrico ( 1893 – 1944 )

Rivoluzionario anarchico, per sfuggire alla polizia che era in procinto di arrestarlo per le idee che professava, Zambonini nel 1922 fu costretto a lasciare Villa Minozzo e a riparare in Francia. Si trasferì poi in Belgio, dove aveva trovato lavoro come minatore. Vi restò qualche anno, sempre sostenendo le sue idee.

Nel 1931 tornò in Francia e di lì passò in Spagna dove, durante la guerra civile, combatté nelle milizie anarchiche. Ferito durante uno scontro con i franchisti, Zambonini rimase nella penisola iberica sino alla caduta della Repubblica democratica.
Quando nel 1939 tornò in Francia, l’anarchico emiliano fu internato con tanti altri connazionali antifascisti e nel 1942 consegnato alla polizia italiana. Dal settembre del 1942 al luglio del 1943, Zambonini venne confinato a Ventotene.
Riacquistata la libertà con la caduta del fascismo, l’anarchico tornò a Secchio dopo ben 21 anni, rimanendovi pochissimo tempo. Dopo l’8 settembre 1943 prese i primi contatti con la nascente Resistenza, tanto che gli organizzatori per il P.C.I. in montagna, vollero affidargli il comando di un distaccamento di circa 20 persone, che si era formato a Cervarolo.
Tuttavia la lotta contro i nazifascisti non ha il tempo di svilupparsi e Zambonini è immediatamente arrestato e deferito al Tribunale speciale di Reggio Emilia che lo condanna a morte per aver partecipato alla guerra civile spagnola. Il 30 gennaio 1944 Enrico Zambonini è portato al Poligono di tiro di Reggio Emilia con altri otto patrioti, tra i quali è anche il sacerdote don Pasquino Borghi. Quando Mons. Stefani, cappellano della milizia fascista, gli si avvicinò per dargli il viatico, Zambonini lo allontanò da sé e mentre partivano le scariche del plotone d’esecuzione fascista, rese testimonianza della propria fede, alzando il pugno chiuso e lanciando per l’ultima volta il grido: “Viva l’anarchia!”.
I viventi in questa terra reggiana, che tanto ha dato alla causa della rivoluzione antifascista, non possono fare a meno di avvertire il dovere di accostare alla memoria dei fratelli Cervi, di Don Pasquino Borghi e degli oltre 600 reggiani caduti della Resistenza, anche il ricordo di un esule, di un combattente per la giustizia sociale, di un antifascista che ha speso tutta la propria vita, fino al momento supremo, al servizio di un ideale con costante fermezza, con purezza di cuore e con fede incrollabile.
Il nome di Enrico Zambonini compare tra quelli dei “caduti civili” della guerra ’40-’45, impressi su una lapide murata presso il Municipio di Villa Minozzo.

 

Zanichelli Nerina “Nerina”

Partigiana combattente della 77^ Brigata SAP “Fratelli Manfredi”, Nerina aveva 35 anni quando entrò a far parte del movimento di Liberazione, faceva la sarta ed era sposata con un operaio delle “Reggiane”, insieme al quale cresceva una bella bimba di 7 anni.

Il bombardamento che colpì le Officine Reggiane, distruggendo anche diverse abitazioni, costrinse la famiglia di Nerina e con essa altre centinaia in tutta Reggio, ad abbandonare casa e lavoro, per cercare una nuova sistemazione. Con i pochi risparmi e le poche cose salvate dal bombardamento, trovò una collocazione nella zona di Mancasale, la sua famiglia era in condizione disperate, con un marito senza più il posto di lavoro e l’attività di sarta che rendeva assai poco. La fame, la miseria, la preoccupazione per la piccola bambina, forgiarono l’animo di Nerina e quello di tante altre donne, capaci di ogni sacrificio e subendo le più inumane torture per la causa della liberazione, l’unico mezzo per porre fine a quella situazione tragica per la sua famiglia e per tutto il Paese. Nerina entrò a far parte della 77^ Brigata S.A.P. il 1° ottobre 1944, operando nella zona di Mancasale come staffetta, attiva nei collegamenti tra i vari reparti partigiani e particolarmente capace nell’attingere preziose informazioni in campo nemico. Il 24 aprile 1945 durante il combattimento fra patrioti e tedeschi nella zona di casa Berretti a Mancasale, mentre portava il suo soccorso ad un compagno colpito, Nerina cadde combattendo proprio all’alba della Liberazione, alla vigilia della riconquista di quella libertà e di quella giustizia nelle quali aveva fermamente creduto.

Zanti Angelo “Amos” (1896-1945)

Angelo Zanti è stato una delle figure più importanti, nonché uno dei primi organizzatori della Resistenza reggiana, insieme a Paolo Davoli, Vittorio Saltini, Vivaldo Salsi e Sante Vincenzi.

Nato a Cavriago in una famiglia di umili condizioni, il piccolo Angelo divenne garzone cestaio a soli 10 anni, sviluppando un precoce impulso a lavorare, soprattutto politicamente, per l’elevazione delle classi proletarie. Non appena sedicenne, cominciò a diffondere le idee del socialismo, entrando proprio a far parte della Gioventù socialista. Delegato al congresso di Livorno, Angelo Zanti fu tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia, al quale aderì fin dal 1921; divenne anche uno tra i primi oppositori dello squadrismo fascista, ma ben presto dovette abbandonare il paese natio, peregrinando in molte località della provincia reggiana, fino ad emigrare definitivamente in Francia nel 1923. Rimase solo un anno, poiché il suo partito lo fece rientrare clandestinamente in Italia e da quel momento, la sua abitazione di Cavriago divenne sede di riunioni dell’Interregionale comunista e stamperia de l’Unità clandestina, che ogni 15 giorni veniva distribuita nelle province di Reggio, Modena e Parma. Individuato di nuovo dalla polizia, nel 1929 Zanti fu costretto a riparare nuovamente a Parigi, ma anche lì venne prima arrestato e successivamente espulso a causa della sua attività politica in favore del Partito Comunista. Si trasferì a Nizza, dove visse in assoluta clandestinità, finchè nel 1936 diede il suo determinante contributo in favore della Spagna repubblicana. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale viene estradato in Italia e confinato a Ventotene per la sua attività cospirativa, fino all’agosto del 1943. In seguito all’armistizio del successivo 8 settembre torna in libertà, prendendo il suo posto di lotta nella Resistenza senza alcuna esitazione. Inizialmente organizzatore dei G.A.P. sfuggito più volte alle ricerche della polizia fascista, Amos (questo il suo nome di copertura) assunse il ruolo fondamentale di Ufficiale di collegamento tra il Comando Unico di Zona, il Comando Piazza, il Comando Provinciale S.A.P. e la Delegazione Nord-Emilia. Contemporaneamente mantenne i collegamenti tra la Federazione reggiana del P.C.I. e l’organizzazione comunista dell’Appennino, inoltre curò il delicatissimo lavoro delle staffette, a dimostrazione della sua sapiente capacità organizzativa. Sorpreso in un casolare a Rivalta dov’era rifugiato, con materiale e documenti compromettenti, il mattino del 28 novembre 1944 Angelo Zanti venne arrestato da alcuni agenti dell’U.P.I. ed immediatamente tradotto a Villa Cucchi, dove fu sottoposto a percosse e a feroci sevizie. Incessanti e purtroppo vani furono i tentativi del C.L.N. per liberare, indubbiamente, uno dei sostegni più solidi dell’organizzazione clandestina. Il Tribunale straordinario militare di guerra di Reggio, durante il processo dell’8 gennaio 1945 lo condannerà a morte insieme ad altri quattro dirigenti della Resistenza, tuttavia i gerarchi fascisti pretesero ed ottennero l’esecuzione della pena capitale esclusivamente per Zanti, a dimostrazione dell’odio che provavano nei confronti dei comunisti, che essi vedevano come la parte più attiva e temibile della Resistenza.
La complessa e dolorosa vicenda si concluse così, drammaticamente, nel cortile della Caserma Zucchi di viale Allegri, con la fucilazione di una delle più belle figure della Resistenza reggiana, avvenuta alle ore 5,30 del 13 gennaio. La morte di Zanti fu un colpo durissimo per l’intero movimento partigiano, ma divenne lo stimolo per tutti i compagni di lotta, affinché le idee per le quali aveva sacrificato la vita il valoroso comandante, sarebbero diventate presto le leggi della rinata Italia democratica. Poco prima di morire, senza curarsi della sorte a cui sarebbe andato incontro, Zanti ebbe parole di grande conforto per il compagno di prigionia Gino Prandi : “Che cosa importa morire? Sono certo che il nostro sacrificio non sarà vano. Il popolo italiano schiaccerà il fascismo e presto l’idea nostra, per cui tanto abbiamo lottato, sarà tra breve una meta raggiunta”. Parole di incrollabile fede nei destini della lotta di tante donne e di tanti uomini.
A Liberazione avvenuta, Angelo Zanti verrà decorato con la Medaglia d’Argento al valor militare alla memoria, riconoscimento doveroso per le straordinarie doti organizzative e per l’indomito coraggio di un grande uomo della nostra terra.

Zanti Carmen “Paola-Lina” (1923-1979)

Si può dire con sicurezza che “Paola”, figlia della Medaglia d’argento Angelo Zanti, fu una delle prime donne inquadrate ufficialmente fra i partigiani della nostra provincia, la quale crebbe al suo fianco con lo stesso spirito ed ardore, animata dagli stessi ideali.

Infatti, seguendo il padre come esule e perseguitato come antifascista, Carmen Zanti sviluppò fin dall’infanzia un forte sentimento di avversione al fascismo, diventando ben presto attivista comunista. Dopo l’8 settembre, appena ventenne, prese il suo posto nella Resistenza proprio come staffetta di Angelo Zanti, mantenendone i contatti con Alcide Leonardi, con Cesare Campioli, ritirando e consegnando ordini per il C.L.N., perché il padre era il responsabile dell’organizzazione delle staffette per i vari collegamenti con la montagna e con le Brigate 76^, 77^ e 37^.
Durante la lotta partigiana erano infatti le ragazze come Carmen Zanti, che aveva ereditato l’ardire eroico del padre, che facevano le staffette andando da una località all’altra, da una città all’altra, con il materiale da ritirare o da consegnare nascosto nei copertoni della bicicletta, nel manubrio, nel cannotto della sella, nel seno o nelle scarpe. Ragazze, fidanzate, spose o madri sempre calme, sorridenti, serene, donne ammirabili ed incuranti del pericolo a cui andavano incontro nelle loro missioni, ma sempre consapevoli del fondamentale ruolo che ricoprivano. Per la sua serietà ed il suo modo di lavorare, il 15 agosto 1944 Carmen Zanti venne trasferita da Reggio al C.U.M.E.R. a Modena, ma per lei fu soltanto un normale aspetto del suo lavoro di combattente, tanto che così dirà a Gismondo Veroni, altro valoroso comandante partigiano, quando ebbe contatti con lui: “io faccio quel che è necessario fare senza guardare a nessun sacrificio”.
Il 27 novembre 1944 il padre di “Paola” fu arrestato, torturato e successivamente fucilato dai fascisti alla caserma Zucchi di viale Allegri il 13 gennaio 1945, ma nonostante la tremenda notizia, Carmen continuò il suo lavoro con ancor maggiore senso di responsabilità fino alla Liberazione.
Così i compagni del Triumvirato Insurrezionale Nord Emilia scrissero in una lettera a lei indirizzata dopo la morte di Angelo Zanti: ”l’affetto per l’uomo che fu tuo padre e tuo compagno, conservalo gelosamente, poiché è umano e giusto, ma il cordoglio per la sua perdita non scioglierlo nello sterile pianto, ma nella direzione che tuo padre ti ha indicato: nella lotta”.
Riconosciuta con il grado di capitano per la sua attività di staffetta, Carmen Zanti venne decorata con la Croce al Valor Militare con la seguente motivazione: “Staffetta di eccezionali doti di coraggio e animata da alto spirito patriottico, arrestata per la sua intensa attività partigiana, sosteneva sicura e serena lunghi ed estenuanti interrogatori senza rivelare mai nulla di compromettente. Liberata, riprendeva la sua missione con rinnovato ardore. Nuovamente fermata nel corso di un’altra missione, ben conscia dell’importanza dei documenti che portava indosso e della necessità di impedire a tutti i costi che il nemico potesse impossessarsene, senza pensare un istante al rischio cui poteva andare incontro, con uno scatto energico si liberava, velocemente fuggiva riuscendo miracolosamente ad eclissarsi”.
Quella di Carmen Zanti è una storia ricca ed esemplare, una donna che “seppe fare come gli uomini migliori del suo tempo” e che lottò sempre per quei principi di uguaglianza, di giustizia, di libertà e di emancipazione delle classi più deboli, oggi ancora una volta messi in discussione.

Zavaroni Andrea “Marco” (1918-1944)

La Resistenza reggiana ha avuto esempi di straordinaria grandezza e tra questi non possiamo dimenticare Andrea Zavaroni, comandante di distaccamento, dirigente delle S.A.P. della bassa reggiana, decorato con la Medaglia d’Argento al valore. Marco, questo il suo nome in clandestinità, era un giovane forte e coraggioso, dalla spiccata intelligenza, connaturata ad un grande senso umanitario. Sensibilissimo alle miserie del popolo oppresso dai fascisti, Zavaroni fu sempre in prima linea, non solo durante le varie azioni partigiane, ma soprattutto nella strenua e costante difesa di quei principi di libertà, per i quali versò il suo stesso generoso sangue.

Rientrato da una azione di disarmo di un tedesco insieme all’amico Egidio Baraldi, dal quale si separò per far visita ai genitori, Marco venne colpito ad una spalla alcuni metri dopo il bivio di Cognento. Abbandonata la bicicletta, cercò la fuga attraverso i campi per raggiungere un rifugio sicuro da lì poco distante, ma il tentativo risultò purtroppo inutile, perché la ferita ne affievolì rapidamente le forze. Inoltre, i fascisti ed i tedeschi gli misero alle calcagna un grosso cane che ostacolò la sua corsa; così Andrea Zavaroni venne catturato il giorno 15 novembre 1944 ed immediatamente condotto al comando di Villa Lombardini. Nonostante vari tentativi per liberarlo, il corpo del giovane partigiano venne rinvenuto in una concimaia di Novellara, soltanto nei giorni della Liberazione, con ancora evidenti i tremendi segni delle torture praticate dai suoi aguzzini. Sotto il dolore e la sofferenza delle atroci sevizie a cui venne sottoposto, Marco non fece mai alcun nome, nessuna rivelazione; egli conosceva tutto lo schema organizzativo della Resistenza, ma al nemico non rivelò nulla. Conosceva i nascondigli delle armi, sapeva dov’erano le sedi dei comandi ed i nomi di tutti i compagni di lotta, ma custodì il tutto per sé come fosse un tesoro.
Per i carcerieri fascisti e nazisti, la fierezza ed il coraggio di quest’uomo, doti ad essi completamente sconosciute, furono talmente insopportabili al punto di levargli gli occhi e la lingua.
Marco venne ucciso il 18 novembre, soltanto tre giorni dopo la cattura.
Nonostante la grave perdita, l’abnegazione di questo indomito combattente, la sua forza d’animo ed il suo eroismo, furono lo stimolo per tutti i suoi compagni a portare a compimento i valori della Resistenza per i quali Andrea Zavaroni aveva dato tutto. Il suo esempio, così come quello di tanti altri generosi compagni, sta ad indicarci di quale tempra fossero i resistenti, i resistenti veri, donne e uomini di grande fede che amavano e si battevano per la libertà del popolo, esponendo ad enormi rischi la loro stessa vita pur di difenderla, affinché quei principi di libertà diventassero un giorno il fondamento della nostra Costituzione.