Separazione delle carriere dei magistrati

IL NO HA VINTO
Nel referendum del 22 e 23 marzo oltre quattrodici milioni di italiani hanno scelto la Costituzione contro le avventure autoritarie del governo della destra

Il no ha vinto. Gli italiani hanno respinto il tentativo di modificare la Costituzione in uno dei suoi aspetti fondamentali, l’organizzazione e l’autonomia del potere giudiziario. La Costituzione del 1948, di cui ci apprestiamo a celebrare gli ottant’anni, resta per la maggioranza degli italiani un punto di riferimento sicuro, da difendere e da realizzare nei suoi obiettivi di libertà, giustizia e uguaglianza.

La percentuale dei votanti (58,95%), che ha sorpreso sondaggisti e opinionisti di varia natura, testimonia che le questioni costituzionali non sono viste dai cittadini come un fatto tecnico/giuridico lontano dalla propria vita. Sono un fatto politico nella più pregnante accezione del termine.
La polemica sulla presunta politicizzazione del voto è semplicemente ridicola di fronte a un disegno di legge di riforma costituzionale a firma Nordio/Meloni. Una riforma costituzionale di iniziativa governativa, che ha trasformato Camera e Senato in meri passacarte del Governo.
Un voto politico dunque, che ha dato un esito forte e incontrovertibile: 53,74% di no, 14.461.336 voti contro 12.448.255.

Il referendum ha fermato una riforma che avrebbe alterato l’equilibrio e la separazione dei poteri, ma resta sul tappeto la questione della giustizia e del suo malfunzionamento. Giorgia Meloni e importanti esponenti della sua maggioranza, hanno condotto una sconsiderata campagna contro i magistrati, gettando nel mulinello impazzito della propaganda le più eccentriche argomentazioni: dal caso Garlasco alle ingiuste detenzioni, dagli errori giudiziari alla famiglia nel bosco, fino a ipotizzare la liberazione di ogni sorta di reo in caso di vittoria del no. Nessun rispetto per il difficile lavoro dei magistrati e, aggiungiamo noi, anche degli avvocati, che pure in buona parte erano schierati per il sì. Eppure toccherebbe al governo creare le condizioni perché l’amministrazione della giustizia possa funzionare meglio. Non si fa nulla invece per aumentare le risorse umane, strumentali ed economiche che sono necessarie per migliorare il funzionamento della giustizia. Nulla si fa per razionalizzare la legislazione e, al contrario, si approvano continuamente nuove norme, come nel caso dei decreti sicurezza che introducono nuovi reati e nuove aggravanti, appesantendo il lavoro dei magistrati oltre che la repressione sociale.
Insomma, la battaglia per una giustizia giusta è la battaglia del fronte del no contro un governo che invece ha scelto di occuparsi d’altro. Sbaglieremmo se, vinto il referendum, dimenticassimo di continuare ad occuparci dei problemi della giustizia.

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