Alla memoria di Eros e Miro

Feb 04, 2020

La militanza antifascista di Campegine era una delle più attive della zona e vide tra i suoi combattenti figure centrali della resistenza reggiana come Didimo Ferrari detto Eros e Riccardo Cocconi detto Miro. Inoltre con l’assassinio dei fratelli Cervi il gruppo di Campegine acquistò fama nazionale ed ancora oggi ha enorme risonanza.

La resistenza a Campegine ha inizio ben prima dell’armistizio dell’8 settembre ’43. Infatti dal 1931, molti giovani si mobilitano per contrastare la propaganda fascista e stimolare una riflessione tra la popolazione. In particolare Didimo Ferrari inizia a diffondere testi politici antifascisti nella bassa reggiana in concomitanza con la sua adesione alla cellula comunista clandestina. In questo contesto conosce nel ’34 Aldo Cervi, con cui allestisce una piccola biblioteca presso casa sua, recuperando alcuni volumi dalla Biblioteca Popolare Circolante “Francesco Crispi”, instituita a Campegine nel 1867 ed in seguito chiusa dai fascisti. Questi, scoperta la biblioteca clandestina, arrestano Ferrari e lo mandano al confino per 5 anni a Ponza. Durante il confino Ferrari parteciperà ad una protesta dei confinati che gli costerà il carcere. La sua pena verrà prolungata più volte fino a raggiungere 10 anni di prigionia. Una volta rilasciato, nel ’43, Didimo torna a Campegine e, grazie alle letture del carcere, diventa uno dei membri di primo piano del locale P.C.I. Dall’agosto organizza un centro di stampa clandestina. Scoperto nel gennaio ’44, viene di nuovo arrestato e recluso nel carcere dei Servi, ma questa volta riesce a fuggire e nel marzo di quell’anno si unirà ai partigiani della montagna insieme al suo compagno Riccardo Cocconi quando riceveranno i nomi di battaglia Eros e Miro. Ferrari sarà una figura centrale della resistenza reggiana diventando Commissario Generale delle forze partigiane dell’appennino e si occupò dell’organizzazione della vita civile della zona liberata, la cosiddetta “Repubblica di Montefiorino”, favorendo un’apertura democratica delle nuove amministrazioni ed istituendo libere elezioni per la prima volta dopo oltre vent’anni. Dopo la Liberazione continuò a svolgere un ruolo di primo piano nel reggiano essendo nei vertici del P.C.I. e diventando il primo segretario dell’A.N.P.I. provinciale. Le difficoltà però non erano ancora finite per Ferrari, che nel 1950 fu accusato dell’omicidio di Vischi e dovette darsi alla latitanza fino all’amnistia arrivata solo dopo 5 anni. Morì solo 4 anni dopo, nel 1959, a 47 anni.

 

Gruppo di partigiani all’ingresso della prefettura in corso Garibaldi, al centro in primo piano Didimo Ferrari Eros, Commissario Generale del Comando Unico. Reggio Emilia 1945, fototeca Istoreco

 

Il ruolo di Didimo Ferrari è fondamentale anche per quanto riguarda il reclutamento di partigiani. Fu proprio lui a portare all’antifascismo il giovane Riccardo Cocconi, in precedenza segretario del fascio di Campegine, che diventato comunista, aiutò Ferrari nell’organizzazione dei primi nuclei partigiani nel modenese. Cocconi diventerà nel luglio ’44 il Vice Comandante del Corpo d’Armata Centro Emilia (Ferrari era il Commissario). Questo corpo si trasformerà poi, nel settembre, nel Comando Unico Zona Montana che si occupò di coordinare tutte le forze partigiane dell’appennino reggiano e modenese. Nel 1968 un opuscolo diffamatorio accusò Cocconi di essere il mandante dell’uccisione dei fratelli Cervi, creando un’assurda teoria complottista secondo cui sarebbe stato il P.C.I. a voler la morte dei sette fratelli a causa del loro orientamento anarchico. Solo nel 1970 Riccardo Cocconi poté difendersi da questa diffamazione. I membri del CNL provinciale di allora (rappresentanti di tutte le forze politiche impegnate nella Liberazione) garantirono l’infondatezza di quest’accusa dimostrando che la presunta riunione segreta del 23 novembre ’43, dove si sarebbe deciso l’arresto dei Cervi, non ha mai avuto luogo; e inoltre, in quel periodo Cocconi era già da tempo nel modenese per organizzare le forze partigiane. I giornalisti che ancora oggi diffamano il dottore Riccardo Cocconi, riprendendo quell’infamante accusa, dovrebbero invece fare chiarezza e indagare su un certo Filippo Cocconi, brigadiere della Guardia nazionale repubblicana, processato in contumacia con varie imputazioni tra cui l’organizzazione e la partecipazione all’arresto della famiglia Cervi.

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