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e donne reggiane dalla guerra di liberazione all’impegno nelle istituzioni
Donne al voto, donne in politica – 3 luglio 2026 – Laura Artioli
Se ci fossimo trovati all’isolato San Rocco di Reggio Emilia nella primavera del ’46, al posto di un edificio senz’anima, sulle nostre teste si sarebbero inarcati degli spazi ben altrimenti armoniosi, i portici cinquecenteschi della Trinità che aprivano alla piazza un groviglio di casupole, di vicoli e di oratori, nel cuore della città medioevale.
Abbattuti per la furia di rinnovare e la smania di non apparire provinciali, al loro posto è stato tirato su da un architetto milanese fra il ’53 e il ’54 un frutto malriuscito dello slancio ricostruttivo di quegli anni.
Ma nel ’46 sotto i portici della Trinità aveva la sua prima sede l’Udi appena emersa – scoppiata fuori – dalla clandestinità, e anche alcuni giornali cittadini, e diverse associazioni che in questo modo si erano riappropriate della piazza. La piazza delle adunate fasciste.
L’ Udi era nata formalmente a Roma nell’autunno ’44, quasi in contemporanea con il Cif nel momento in cui l’unità politica e organizzativa dei Gruppi di difesa della donna si incrinava e le sue due anime si separavano in vista del futuro posizionamento dei partiti a cui si riferivano; da una parte le socialcomuniste, dall’altra le cattoliche che facevano capo all’azione cattolica e alla DC.
Nei Gdd le istanze di fiancheggiamento della lotta partigiana si erano intrecciate esplicitamente con quelle emancipazioniste: nella carte di Zelina Rossi, responsabile di zona della bassa reggiana, sta scritto, nel ’44, che bisognava preparare le donne all’insurrezione finale ma anche parlare loro delle cariche che in futuro avrebbero dovuto occupare.
E proprio qui, al cospetto della città, nei due teatri di piazza, si erano celebrati – il verbo non è casuale, l’impegno, l’intensità e la partecipazione emotiva sono proprie del rito – i primi due grandi appuntamenti collettivi delle donne reggiane dopo la Liberazione.
Il 22 luglio del ’45 all’Ariosto per la assemblea provinciale dell’Udi le donne erano arrivate da ogni dove a gruppi, in bicicletta, su birocci, sui camion e a piedi con numerose bandiere tricolori, cartelli inneggianti all’Udi e molti altri nei quali chiedevano di entrare nelle pubbliche amministrazioni; ad accoglierle c’era, non a caso, il sindaco Cesare Campioli.
Meno di due mesi dopo, il 2 settembre, al teatro Municipale si tiene il primo congresso provinciale Udi, presenti il sindaco e il prefetto della Liberazione Vittorio Pellizzi, i rappresentanti di tutti i partiti del Cln tranne la Dc, che manda però due signorine del Cif a portare il saluto.
L’Udi di Reggio ha allora 26mila iscritte, è quarta in Italia dopo Bologna Firenze e Milano. La prima segretaria provinciale sarà Laura Menozzi, e il documento finale approvato dal congresso chiede, fra le molte rivendicazioni economiche e di parità, il diritto di voto anche per le diciottenni.
Questi numeri sono il segno di una indomabile energia dispiegata dalle donne reggiane in quei mesi. Era come se fosse saltato un tappo.
In fondo la novità sono loro.
Non a caso i partiti del Cln, i grandi partiti, sono così attenti alla questione femminile. Tanto attenti quanto impacciati e malsicuri. In forte apprensione.
Perché nel frattempo era successa una cosa più che matura, eppure inattesa.
Già nel febbraio ’45 – quando il paese era ancora diviso a metà – un decreto luogotenenziale del terzo governo Bonomi aveva riconosciuto alle donne italiane che avessero compiuto 21 anni il diritto di voto.
Era stato, si dice, un colpo di mano di De Gasperi e Togliatti, entrambi molto più avanti e lungimiranti dei loro partiti, intenzionati ambedue a dare una base il più larga possibile alla democrazia che andavano costruendo.
Anche nel Pci e nel Psi, infatti, le resistenze erano forti e mascherate da ragioni tattiche: le donne, si diceva, voteranno per la chiesa e la monarchia. Quanto ai cattolici, erano un po’ perplessi anche se non proprio avversi: sotto sotto avrebbero preferito affidare alle donne il compito di convincere i mariti e i figli a votare DC.
I liberali, gli azionisti e i repubblicani non avevano nascosto la loro titubanza, temendo che il raddoppiamento dell’elettorato avrebbe favorito soprattutto i partiti di massa.
Benedetto Croce era nettamente contrario.
Un colpo di mano che aveva forse anche un po’ spiazzato le organizzazioni femminili, le quali pensavano di dover sostenere ancora una lunga battaglia.
L’avrebbero sostenuta comunque.
In primo luogo perché era stato concesso alle donne il diritto di voto ma non ancora l’eleggibilità: una svista? Oppure una qualche forma di cautela?
E poi perché ci voleva ben altro che un decreto per far passare una rivoluzione dei costumi prima ancora che politica.
A Reggio nel settembre ’46 Maria Arbizzoni, della sezione di S. Croce, interviene alla conferenza provinciale di organizzazione del Pci, presente Togliatti, per denunciare che tanti compagni non permettono alle loro mogli, sorelle e figlie di uscire per partecipare alle riunioni del partito o dell’Udi.
In molte zone delle campagne emiliane, le donne dovevano ancora guadagnarsi il diritto basilare di sedere a tavola con i loro uomini.
Il congresso provinciale dell’ Udi sorvola per il momento – alle prese con un difficile equilibrio fra collateralismo e autonomia -, su una questione che in quei mesi veniva avanti come se fosse nell’ordine naturale delle cose, da ambienti della Resistenza e dal sindacato stesso, la proposta cioè di licenziare le donne e rimandarle a casa per fare posto ai partigiani e ai reduci.
L’idea sottintesa era che le donne rubavano il lavoro agli uomini oppure lavoravano per capriccio, in fondo le donne vanno a lavorare per comprarsi le calze di seta, aveva detto pubblicamente De Gasperi.
L’estensione del diritto di voto, che si tendeva a far passare in una zona franca di riconoscimenti morali, era invece la risultante di una attività politica, militare e di cura incessante e capillare messa in campo dalle donne, senza le quali la Resistenza non avrebbe avuto lo stesso esito.
Eppure ancora non bastava.
Le donne che a Reggio si riconoscono nell’Udi e nel Cif sono troppo accorte e battagliere per non capire che l’elettorato anche passivo, la responsabilità diretta almeno nel governo cittadino – per il momento – bisogna guadagnarsele sul campo.
In pochi mesi, con tutta la loro creatività e la loro intelligenza tenace, dimostreranno di essere perfettamente in grado di amministrare.
E’ una prova di autonomia e di adeguatezza di cui vanno così fiere che – come è stato notato – le dirigenti dell’Udi di Reggio, le donne impegnate a sinistra, utilizzano d’abitudine nella vita pubblica il proprio cognome da nubili, Velia Vallini, Lidia Greci, Loretta Giaroni, Carmen Zanti, Maria Tagliavini, Teresa Vergalli…. non era affatto scontato! Molte dirigenti nazionali adottano invece il cognome del marito: Lidia Menapace si chiama Brisca, Marisa Rodano si chiama Cinciari, Nadia Spano si chiama Gallico…
Fino al 5 agosto 1945 la città, con il suo sindaco e il suo prefetto, era stata sottoposta al governo alleato; il Cln manteneva funzioni consultive.
Ma già l’8 luglio, tre mesi dopo la liberazione, Egle Gualdi – comunista, perseguitata, esule a Parigi e a Mosca – aveva chiesto con un articolo su La Verità che una rappresentanza femminile potesse essere accolta nel Cln per affrontare i problemi delle famiglie e dell’infanzia.
E’ la prima breccia che si apre nella diga dei comitati e degli organi di governo tutti maschili che devono rimettere in piedi il mondo: nella fase di interregno fra la partenza degli alleati e l’insediamento, a settembre, del primo consiglio comunale a nomina prefettizia, le donne prendono l’iniziativa di slancio: cominciano con le sottoscrizioni a favore dei reduci e raccolgono di tutto, dal granturco alle latte di conserva, un letto matrimoniale, un salame, nove spagnolette, 8800 lire, persino due vitelli.
E avviano la campagna per costruire asili, quegli asili del popolo dai quali tutto poi prende avvio – e questa sarà una delle pagine più fervorose ed entusiasmanti della storia civile della nostra città, una vera e propria epopea: in breve in provincia ce ne saranno sessanta.
Il Cif, che ha come segretaria provinciale Raimonda Mazzini – fondatrice del Gdd, in carcere durante il fascismo, mai arresa – non sarà da meno, organizzando asili, colonie, doposcuola, corsi di cultura sociale e educazione popolare per adulti: sarà presente in 24 comuni su 45.
Era una bella, consapevole gara di emulazione.
Ma la prima vera prova di quel che san fare le donne, Udi e Cif la affrontano insieme, quando, all’avvicinarsi della stagione fredda, gestiscono di concerto e in autonomia, su mandato degli organi di governo cittadino, perfettamente organizzate, precise, divise per funzioni e gruppi di zona, il comitato per l’assistenza invernale: raccolgono e distribuiscono cucine economiche, legna, alimenti, pacchi natalizi, abiti di lana, stufe. Cinque milioni e mezzo di lire.
Saranno 10.036 le persone bisognose individuate, raggiunte e aiutate. Ogni famiglia ha una scheda compilata nella quale si trovano dati anagrafici, bisogni, sussidi erogati e livello di assistenza previsto.
Insieme, le socialcomuniste e le cattoliche pianificano con grande rigore il lavoro di cura che è stato loro affidato, di cui hanno ben compreso la valenza politica e non più solo assistenziale-caritativa: questo è il gheriglio da cui comincia a nascere nella nostra provincia un sistema di welfare.
Fra il dicembre ’45 e l’autunno del ’46- su iniziativa di Teresa Noce – arrivano a Reggio, accolti nelle case, sfamati, vestiti, educati, curati e fatti rifiorire 2250 bambini milanesi: i controlli periodici sull’andamento del progetto vengono effettuati da commissioni formate da donne Pci, Psiup, dell’Udi, dal parroco e dal medico condotto.
Fa ridere quindi il confronto fra le infinite cautele con cui i partiti accoglieranno infine Udi e Cif nel Cln con compiti solo consultivi e la macchina solidaristica imponente e meravigliosa che le donne avevano nel frattempo messo in moto e fatto funzionare.
A questo punto non c’era più bisogno di nessuna legittimazione né di dimostrare nulla.
Non è un caso che quando, il 23 settembre del ’45, si insedia il primo consiglio comunale cittadino di nomina prefettizia, le donne siano 5 su 33 consiglieri. Il 15 per cento.
I seggi erano stati assegnati in proporzione ai quattro partiti del Cln, all’Anpi e alla Camera del lavoro; le donne cooptate, a quanto si sa, avevano tutte esperienza di lavoro politico e di militanza clandestina e tre di loro non erano giovanissime.
Ma restano per lo più delle sconosciute: sulla loro presenza pionieristica nelle istituzioni non si è depositata quasi nessuna memoria.
Erano Angiolina Bellentani, 44 anni, maestra, nata e cresciuta nella Gardenia rossa, iscritta a 17 anni al Psi della prima ora, figlia e sorella di perseguitati, che aveva patito dal fascismo molte angherie.
Due le comuniste: Maria Tagliavini, quarantenne, operaia al calzificio Milano (Bloch) e partigiana della 76° brigata Sap; era la moglie di Avvenire Paterlini, conosciuto negli anni di attività clandestina per il partito.
Ilva Ferraboschi, nipote di Valdo Magnani, 25 anni, nata in Gardenia, cugina e coetanea di Nilde Iotti, con la quale aveva studiato; era un’insegnante. Muore a Reggio nell’85. E di lei non si sa quasi nient’altro.
Leocadia Dalzini rappresenta il partito d’Azione; reggiana, si era laureata nel ’38 a Bologna con una tesi di storia del Risorgimento, forse era la più giovane del gruppo.
Era laureata in lettere anche Lina Cecchini, per la DC, la più conosciuta del gruppo. 41 anni, vicina ai fratelli Dossetti, impegnata nei Gdd fin dalla fondazione, partigiana della 284° brigata Fiamme verdi, schiena dritta – nel ’38 è fra i pochi che accompagnano alla stazione il preside Pardo, epurato dalle leggi razziali -, insegnante alle magistrali, dove tirerà su generazioni di antifascisti (Nilde Iotti, Loris Malaguzzi, Antonio Zambonelli…).
Nel frattempo, il 10 marzo del ’46 il decreto Bonomi era stato corretto e le donne avevano ottenuto anche il diritto di essere elette; appena in tempo per la tornata di elezioni amministrative che nel reggiano si terranno fra il 17 e il 31 marzo, e solo per i consigli comunali (sulla provincia invece si discuterà ancora fino al ’47).
È la prima volta per le donne reggiane, che voteranno in massa; l’89,62% dei votanti sugli aventi diritto si ottiene anche grazie a loro. Si andava a casa a parlare con le donne – dice Anita Malavasi – andavamo a insegnare a votare, la parola d’ordine era insegnare a votare perché non avevamo mai votato.
Ma se la nomina prefettizia aveva preso atto del ruolo politico dirompente delle donne nei primi mesi dalla Liberazione, il sistema istituzionale dei partiti invece, che comincia allora a muoversi, adotta una marcia molto più bassa.Nel Comune di Reggio, su 40 consiglieri le donne elette scendono a 2, il 5 per cento.
Si tratta però di due donne molto pensate e scelte con cura.
Indipendente nelle liste del Pci è Leonilde Iotti, che esordisce così nelle istituzioni; da qualche mese segretaria provinciale dell’Udi, 26 anni, figlia di un ferroviere prampoliniano, laureata in lettere alla Cattolica, insegnante all’istituto tecnico, è una ragazzona di belle speranze, un po’ rigida ma molto studiosa e con un buon senso di sé.
Per la Dc invece viene confermata Lina Cecchini.
Allieva e insegnante.
Sono due prof, provenienti entrambe dall’associazionismo, molto popolari fra le donne.
Ma nessuno regala loro niente: Nilde risulta terzultima degli eletti per il Pci, Lina l’ultima degli eletti Dc e l’ultima in assoluto dei consiglieri.
Nel resto della provincia le elette sono 53, 17 comuniste, 10 Dc, 5 socialiste, 3 Psiup e 18 di liste miste di sinistra.
Fra loro, una decina le assessore.
Fino al ’56 nessuna donna entra nella giunta comunale di Reggio. Nel ’51 Velia Vallini è la prima donna assessore provinciale.
Appena il tempo di insediarsi ed è già il 2 giugno, e stavolta le donne italiane votano tutte insieme, e la posta è molto più alta, è in gioco l’assetto futuro del paese.
I dati plebiscitari di Reggio per la Repubblica sono noti, e anche i nomi e l’ordine degli eletti; Nilde Iotti – che l’8 marzo del ’46, segretaria dell’Udi, aveva portato in piazza a Reggio 30mila donne – passerà direttamente dalla sala del Tricolore al Parlamento.Sarà una delle più giovani fra le 21 madri della costituente, ed entrerà anche nella commissione dei 75, incaricata di redigere il testo costituzionale.