Costituzione

In difesa della Costituzione

«Ritornare alla lezione dei Ruini, Dossetti, Calamandrei, Terracini, potrebbe senza dubbio liberarci (un po’ di orgoglio per la nostra storia migliore, alla fine!) da certe penose forme di provincialismo acritico…»

di Ettore Borghi

“Costituzione nata dalla Resistenza”, si ripete con indubbio rispetto per la verità storica. Andrebbe aggiunto, o magari solo sottinteso: “e dall’antifascismo”. L’immagine del resistente è, infatti, prevalentemente quella del giovane o giovanissimo che scopre in se stesso la capacità di ribellarsi e di scuotersi di dosso anni di martellante condizionamento prodotto da un assoluto monopolio delle fonti di informazione: radio, stampa, scuola di regime. Fu per molti – quanti non potevano avvalersi di memorie familiari gelosamente custodite – allo stesso tempo una istintiva decisione morale, e la lucida intuizione di quale potesse essere la propria parte in un momento di generale sbandamento.

Quasi per tutti, la conquista di una più profonda e complessa consapevolezza politica verrà in seguito, e sarà lo sviluppo, non la premessa di quella prima scelta.

In carcere, al confino, in esilio gli antifascisti dal canto loro disposero di un ventennio per affinare le rispettive tesi sulla natura del fascismo e sulle ragioni del crollo (o del suicidio?) dello Stato liberale. Tanto che oggi abbiamo sottomano il più chiaro e perentorio giudizio storico sul liberalismo prefascista: basta confrontarlo col costituzionalismo repubblicano, che quel giudizio sottende in ogni suo dettato.

Lo Stato liberale italiano era, innanzitutto, infedele alla sua “teorica” essenza almeno in due punti fondamentali: l’insussistenza di una vera capacità di controllo e bilanciamento fra i tre classici poteri (specialmente per la subordinazione del giudiziario all’esecutivo) e l’assenza del requisito minimo perché fosse garantita a tutti i cittadini l’effettiva eguaglianza davanti alla legge, cioè una pubblica amministrazione imparziale (mancanza particolarmente grave in tema di ordine pubblico ed esercizio dei diritti politici).

Un altro fatto inquietante era materia di riflessione: l’illegalità del fascismo, nella fase del suo avvento al potere, imperversava bensì nelle città prese d’assalto, nelle violenze private, ma era ineccepibile la forma con cui al “cavalier” Benito Mussolini venne affidato (dal re, cui la cosa statutariamente competeva) l’incarico di presiedere un nuovo governo. Aggiungo che anche l’insieme degli atti normativi che portarono allo svuotamento delle garanzie individuali e alla costituzione di un regime storicamente inedito fu reso possibile da una costituzione (lo Statuto albertino) particolarmente lasca (come dicono i tecnici: “flessibile”).

Da qui un lavoro delicatissimo svolto dai padri Costituenti per equilibrare i diversi poteri statali, con l’istituzione del CSM come organo di autogoverno della magistratura, con la figura del Capo dello Stato quale supremo garante (quindi non espressione di una maggioranza di elettori) e soprattutto con l’introduzione della Corte Costituzionale. L’importanza di quest’organo si collega al fatto che, come si suol dire, la nostra è una Costituzione “rigida” o, detto in altri termini, che le cosiddette “fonti del diritto” si dispongono in un ordine decrescente (norme costituzionali; leggi ordinarie; atti amministrativi) tale che le inferiori non possono entrare in contrasto con le superiori.

L’amara esperienza di un consenso plebiscitario attorno alla figura del Capo (fenomeno in cui il fascismo è precursore di una numerosa serie di repliche nel periodo fra le due guerre) ha poi suggerito di disciplinare il sacrosanto principio della sovranità popolare precisando (art. 1) che il popolo “la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Un altro carattere del regime fascista, l’imposizione del partito unico, ha poi indotto i costituenti a fondare la garanzia del pluralismo politico per “tutti i cittadini”, con un’importante novità: il riferimento esplicito, in Costituzione, ai partiti. L’art. 49 ne definisce il ruolo come libere associazioni che concorrono, “con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. E’ implicita una visione di movimenti “dal basso”, in cui si organizzano visioni etiche, interessi, affinità ideali condivise da gruppi abbastanza omogenei di cittadini. E’ persino banale osservare che, data questa prospettiva, il semplice esercizio di deporre periodicamente una scheda nell’urna, dopo che i candidati concorrenti hanno esposto, per così dire, la loro mercanzia e i loro slogan risulta un immiserimento che, alla lunga, non può che produrre distacco e stanchezza.

In epoca prefascista corrispondevano ad una simile forma-partito solo il partito socialista e il partito popolare, non a caso quelli maggiormente portatori – sia pure in forme fra loro non facilmente conciliabili – di istanze di democrazia sociale. Nel costituzionalismo repubblicano, pur rimanendo ovviamente facoltà di singoli partiti l’accentuazione nei loro programmi delle istanze di eguaglianza sociale, il riconoscimento e l’attuazione della giustizia e dell’equità in ambito sociale ed economico spetta alla Repubblica (art. 3 e suoi sviluppi), che cessa così di essere il “guardiano notturno” o l’arbitro (secondo il principio del laissez faire) di un gioco di competizione fra i singoli o i gruppi che agiscono nella società.

Nel disporre questo ampio disegno i Padri costituenti, oltre ad offrirci un testo di esemplare chiarezza, degno di stare alla pari, per capacità pedagogica, con capolavori letterari come i Promessi Sposi o le Operette morali, hanno dato vita ad un organismo dove “tutto si tiene”, sul quale dunque gli interventi emendativi non possono che essere prudenti e meditati. Si leggano, in proposito, le cautele poste dall’art.138 in tema di revisione della Costituzione e di leggi costituzionali

Questo richiamo mi consente di avanzare una tesi forse non molto popolare, oggi, ma che ha comunque dalla sua il parere di autorevoli studiosi, come Luigi Ferrajoli (rimando al suo recente Poteri selvaggi): anche se il principio elettorale proporzionale non è scritto in Costituzione, esso ne è sottinteso, pena altrimenti il rischio di abbandonare a maggioranze artificiali (cioè frutto di meccanismi “maggioritari”) la possibilità di disporre a piacimento del testo fondamentale, che da “rigido” potrebbe venirsi a trovare pieghevole come un filo di piombo.

Vent’anni di bipolarismo coatto devono pur farci riflettere. Oggi uno dei due schieramenti è in gran parte estraneo o ostile all’ordine costituzionale. L’antagonista, purtroppo, si rivela disponibile (a partire dalla “bicamerale”) ad interventi chirurgici “condivisi”, al punto che attenti osservatori hanno espresso il timore di trattative in corso col non molto lodevole metodo “io do una cosa a te se tu dai una cosa a me”, facendo così scadere gli interventi sulla Costituzione al livello delle contingenze politiche del momento.

Mi sembra di poter concludere dicendo che in questa situazione ci troviamo in seguito all’affermarsi della balzana idea che gli ingenti mali della società italiana (troppo noti per essere ricordati uno a uno) possano trovare rimedio “copiando” o “importando” aspetti istituzionali anglosassoni e calandoli di peso come uno stampo nei nostri rapporti politici. Regno Unito e Stati Uniti possono invero contare su costumi e su uno spirito pubblico invidiabili, ma è puerile pensare che ciò dipenda dalle loro forme istituzionali come tali. E’ il classico errore logico di chi scambia la causa con l’effetto. Senza dimenticare che da quei paesi indubbiamente classisti è venuto, negli ultimi trent’anni, il più formidabile attacco allo stato sociale in nome dell’ideologia neoliberista, del principio antisolidaristico della competitività fra individui diversamente “meritevoli” (“la società non esiste”, proclamava la Lady di Ferro), infine dell’ingannevole principio che l’aumento della ricchezza dei già ricchissimi (grazie all’alleggerimento delle imposte sui grandi redditi e patrimoni) avrebbe automaticamente fatto colare miele e manna anche sui sottostanti poveri o ex ceti medi impoveriti.

Ritornare alla lezione dei Ruini, Dossetti, Calamandrei, Terracini, potrebbe senza dubbio liberarci (un po’ di orgoglio per la nostra storia migliore, alla fine!) da certe penose forme di provincialismo acritico.