1944-03-01 Sciopero contadini Montecavolo di Quattro Castella

 

L’iniziativa di uno sciopero generale in tutta l’Italia occupata parte del PCI e dal P.S.I.U.P. e successivamente è fatta propria del C.L.N. (447). Anche a Reggio e provincia si diffonde un manifesto dei due partiti di sinistra in cui si riassumono gli scopi dello sciopero: effettivo e reale aumento dei salari; effettivo e reale aumento delle razioni alimentari; << farla finita con le belve fasciste e hitleriane>>.

Si tratta di rendere esplicita l’adesione di massa alla resistenza, di alzare a livello di lotta aperte unità operante il profondo legame fra combattimenti antifascisti e popolazione, sulle scorte precise rivendicazioni economiche e politiche. Il successo dello sciopero in ogni regione occupata in ogni regione occupata (specie Torino, Milano, Savona, La Spezia, Bologna e Firenze) stimola la coscienza popolare e fa compiere una svolta al movimento di liberazione, in ampiezza e profondità.

A Reggio, distrutto il massimo stabilimento del bombardamento alleato del l’8 gennaio, l’esito è sensibile ma parziale. Si hanno comunque astensioni un po’ in tutta la pianura. Ma il punto focale dello sciopero del 1° marzo, nel reggiano, è Montecavolo, dove l’astensione del lavoro è totale e dove si verifica un atto esemplare di massiva sfida al fascismo. La preparazione comincia il 21 febbraio con alcune riunioni di comunisti. Per circa 10 dieci giorni diverse famiglie di contadini e operai sono avvicinate e informate del prossimo sciopero da un forte gruppo di attivisti: Bellino Iori, Sergio Iori, Lauro Iori, Primo Delmonte, Angelo Delmonte, Lino Delmonte, Piero Aleotti, Obano Aleotti, Nino Aleotti, Lidia Valeriani, Antinea Valeriani, Jana Valeriani, Romeo Ghidoni, Sperindio Ghidoni, Pierino Ghidoni, Fiero Catellani, Peppino Catellani, Erminio Menozzi, Beniamino Menozzi, Emilo Grossi, Sergio Ferrari e Benedetto Pellicciari.

È significativo che malgrado l’ampia diffusione della notizia il lavoro di mobilitazione popolare durato dieci giorni, i fascisti non siano al corrente di quel che sta per accadere a Montecavolo. Compattezza, disciplina, osservanza, delle norme cospirative non sono qui patrimonio di una minoranza di iniziati, ma stile di lotta di un’intera popolazione contadina, abituata a battersi lungo tutto il ventennio della dittatura non solo con abnegazione generosità di coraggio esce ben presto dalla cerchia dei comunisti e dei simpatizzanti e i si estende all’intera frazione. I cattolici, con quale compattezza, aderiscono a loro volta all’iniziativa.

Lavoro di propaganda e di organizzazione, che avrà come risultato diverse astensioni del lavoro, si svolge anche a Puianello, a Roncolo e al Rubbianino. Ma la mobilitazione di Montecavolo è senza confronti. Alle prime ore del mattino del 1° marzo uomini e donne convergono verso la piazza. Operai e studenti, anziché recarsi a Reggio, si fermano sulla strada con le rispettive biciclette.

Alcuni dirigenti recano cartelli con scritte ispirate alle parole d’ordine dello sciopero: più pane e più burro, pagamento delle gratifiche, basta con la guerra, via fascisti e nazisti.

Si legge nel diario manoscritto del 4° distaccamento, 2° Btg., 76a brigata S.A.P.: <<A Montecavolo 20 organizzati mobilitavano tutta la popolazione, alle ore 9 fermavano l’autobus proveniente da Ciano d’Enza, facevano scendere tutti i passeggeri e 4 militi dei quali 1 fu disarmato e bastonato perché era intenzionato di agire. Gli altri 3 furono solamente schiaffeggiati>>.

Si trovano ormai raccolte lungo la strada circa 150 persone. Pare che all’arrivo dell’autobus il via sia stato dato da una donna che avrebbe gridato: <<Ma se c’è lo sciopero perché girano le corriere?>>. Il milite cui fu cenno il diario del distaccamento sapista aveva intimato alla folla di disperdersi e aveva sparato con la pistola. Per questo è subito disarmato e percosso. La prima sberla è servita dal comunista Romeo Ghidoni, mutilato di guerra e reduce dalla Jugoslavia (dove ha svolto attività partigiana in una formazione del generale Tito). Si fa avanti con la mitragliatrice un milite del luogo, che intima ai presenti di allinearsi a mani levate. Nel passare in rassegna quelli che crede ormai suoi prigionieri, è atterrato da un giovane. Immediatamente viene a sua volta disarmato e percosso. Intanto una spia telefona a Reggio e poco dopo giungono 200 fascisti alla guardia nazionale repubblicana. Le armi recuperate erano già state occultate. I militi vanno a cercarle in un fienile ma senza esito. Infatti si trovano già al sicuro e vengono presto trasferite in montagna dove saranno usate, il 15 marzo, nei combattimenti di Cerrè e Cerrè sologno.

La repressione, nello stesso 1° marzo e nei giorni immediatamente successivi, è spietata. Si legge ancora nel diario del 4° distaccamento, sotto la data del 2, che <<la brigata nera effettuava un rastrellamento>> e arrestava numerosi antifascisti, <<dei quali 4 furono deportati in Germania; altri 5 furono ricercati, i quali riuscivano a darsi alla fuga. Energicamente si prese contatto con i comandi della montagna, formando posti di recapito da paese a paese con relative staffette d’accompagnamento e di collegamento. Si fecero pure arrivare armi dalla pianura, si procurarono viveri e indumenti per equipaggiare i parenti e così si iniziarono le prime spedizioni, continuando per un mese consecutivo, accompagnando ricercati e renitenti – N.B.: Queste spedizioni venivano fatte da S. Felice Puianello – 2 N.B.: a Montecavolo, sempre la sera del primo marzo, furono bruciate n. 4 case>>.

Le cose bruciate risultano quelle dei fratelli Alderito e Aldemiro Annigoni, dei fratelli Lino, Sereno, Giuseppe Strozzi e di Prospero Aleotti, tutti dello Scampate.

Vengono arrestati e trattenuti per tre giorni Riccardo Azzimondi, dott. Ing. Ascanio Ferrari, Antonio Caprari, Vergilio Bonori, Alberto Spaggiari, Virgilio Iotti, Fermina Del Monte, Alfeo Ferrari, Rosa Bonacini; chiamati per la deportazione in Germania Giuseppe Barani, Fiero Catellani, Primo Delmonte, Bruno Marzi, Poldo Fontanili, Cesarina Rinaldi; effettivamente deportati in Germania Innocenzo Valeriani, Prospero Aleotti, Nino Aleotti, Giuseppe Delmonte; arrestati e trattenuti per 100 giorni Bellino Iori, Erio Rocchi, Gino Grossi, Augusta Bedini, Garos Gabbieri, Giuseppe Ruozzi, Lino Delmonte. Complessivamente 33 persone (senza contare gli abitanti delle case bruciate) vengono subito assoggettate alla persecuzione fascista. Fra gli arrestati e i fermati si trovano 6 donne. Il movimento femminile, molto sviluppato a Montecavolo, ha avuto un ruolo di primissimo piano nella preparazione e nella esecuzione dello sciopero. Scrive in proposito Velia Vallini: <<…Fra i manifestanti, soprattutto contadini, notevole fu la presenza delle donne… Nello scontro con i Fascisti i dimostranti subirono molte violenze e molti arresti. Noi ricordiamo l’arresto operato a carico di Antinea Valeriana, la quale più tardi rappresentarono i Gruppi di difesa nel C.L.N. di Rivalta>>.

Diversi fra gli arrestati, come il vecchio comunista Bellino Iori, subiscono violente torture al carcere dei Servi. La repressione coinvolge immediatamente la popolazione di Montecavolo nella sua totalità. Con decreto prefettizio del 2 marzo viene disposto: 1) chiusura degli esercizi pubblici fino a nuovo ordine; 2) multa di lire L. 50.000 a carico degli abitanti, da esigersi entro 15 giorni per cura del commissario prefettizio di Quattro Castella; 3) sequestro e consegna di tutti gli apparecchi radio allo stesso commissario prefettizio di entro 5 giorni.

Romeo Ghidoni viene più tardi catturato e assassinato a tradimento. <<Arrestato il 4 aprile 1944 dai fascisti quale responsabile dello sciopero di Montecavolo – scrive Vivaldo Salsi – fu torturato a lungo nei modi più inumani e feroci: dalla sua bocca non una parola uscì che potesse tradire i suoi compagni e la fede per la quale aveva sempre lottato>>.

Rilasciato il 5 aprile, la brigata nera gli tende un’imboscata in circonvallazione, nei pressi di San Pellegrino, e lo crivella di colpi. Trasportato all’ospedale di Fogliano vi muore alle 20 del giorno successivo. I numerosi arresti, l’uccisione di Romeo Ghidoni e il passaggio di alcuni dirigenti in montagna – spiega Antinea Valeriani – <<provocarono una forte crisi del movimento comunista e antifascista di Montecavolo. Si doveva però riprendere immediatamente l’azione. Perciò furono stabiliti più stretti legami con la sezione di Rivalta, cui si dovette far capo più di prima per la forzata scarsità di elementi di punta nella nostra frazione>>.

Il successo dello sciopero di Montecavolo provocò peraltro nelle file fasciste uno stato di sgomento, di cui si fece interprete il prefetto Savorgan in una circolare del 3 marzo alle gerarchie della provincia: <<Recenti avvenimenti verificatesi in provincia hanno dimostrato che noi fascisti siamo ancora degli ingenui e degli impreparati; i nostri avversari ce la fanno sotto gli occhi di giorno e di notte e noi che abbiamo la forza in mano e tutti gli organi di sorveglianza e di indagine non solo non vediamo, ma spesso non abbiamo neppure la sensazione di ciò che si amareggia e si trama contro di noi…>>.

Nonostante la grave rappresaglia, si può dire che lo sciopero del 1° marzo ebbe conseguenze positive nello sviluppo del movimento resistenziale a Montecavolo, che i fascisti speravano di aver paralizzato. Da quel momento, infatti, prende slancio l’unità d’azione dei partiti antifascisti in tutto il comune, si moltiplicano le adesioni alle formazioni militari, comincia praticamente la lotta armata. Effetti stimolanti si producono non solo nella zona di Quattro Castella, ma in genere nel reggiano. <<Questo sciopero, anche nella nostra Provincia, diede la prova dell’esistenza di una organizzazione segreta, perfettamente funzionante, ed allarmò ancor più le autorità>>.

Si può aggiungere che la manifestazione ha rivelato la capacità di colpire il nemico in più punti, di tenerlo cioè fortemente impegnato, di distrarne le forze secondo le migliori regole della guerriglia. <<I fatti accaduti a Montecavolo il 1° marzo 1944 – dirà il prof. Corrado Corghi dopo vent’anni – hanno un valore storico e politico significativo perché venne organizzato, in piena occupazione nazista e per la prima volta nella nostra provincia, uno sciopero resistenziale>>. Fu <<il cuore contadino… ad offrire un altro contributo di sangue alla resistenza e pertanto a ricostruire l’unità dei lavoratori per la difesa dei massimi valori della persona umana. L’episodio del primo sciopero resistenziale si inquadra in questa unità e fu proprio la resistenza a portare al massimo grado di tensione la volontà della società contadina di non essere più la silenziosa custode del cuore antico ma operatrice di storia>>. Puntuale identificazione – questa di Corghi – del messaggio del primo marzo, che appunto testimonia e rafforza la saldatura del movimento contadino al movimento operaio e democratico. Un filo ideale lega i fatti di Montecavolo agli innumerevoli episodi di lotta che nello stesso giorno si sono svolti nelle campagne e in diverse fabbriche della regione emiliano-romagnola. <<L’alleanza degli operai con i contadini – scrive Roberto Battaglia – il nuovo elemento decisivo della storia dell’Emilia, già affiora evidente fin dall’inizio. Sembra un fatto naturale ed è invece uno dei maggiori risultati che ha ottenuto l’antifascismo nel suo percorso segreto del ventennio, proprio là dove il fascismo s’era aperto violentemente il passo attraverso il varco della scissione fra operai e contadini>>.

Per Quattro Castella è la continuazione del discorso avviato (soprattutto nella frazione di Montecavolo) sotto lo staffile della dittatura nello scorcio degli anni venti e quindi sviluppato fino a creare una delle più articolate e combattive aggregazioni di movimento rivoluzionario a base essenzialmente contadina.

Da quel momento, nell’ambito di fondamentali programmi di libertà che fanno della rivendicazione contadina non moto corporativo ma elemento integrante di battaglia generalizzata di riscatto, prendono il via nuove forme di lotta antifascista che si concentrano nella partecipazione diretta all’attività delle formazioni partigiane, nel generoso concorso materiale al mantenimento delle stesse formazioni, nell’allestimento dei recapiti partigiani e delle case di latitanza, nel rifiuto di consegnare bestiame e prodotti agricoli – soprattutto frumento – agli ammassi fascisti. Quest’ultimo aspetto è già espressamente compreso nelle parole d’ordine dello sciopero. Diventerà poi uno dei fattori più rilevanti e insidiosi del sabotaggio collettivo e delle <<sanzioni>> popolari del fascismo e al tempo stesso garanzia di rifornimento alle formazioni partigiane. Il danno che tale diffuso fenomeno reca al fascismo e agli occupanti tedeschi è anche dimostrato dai frequentissimi quanto vani appelli del regime, nei quali si alternano rabbiose minacce e enfatici richiami di cristianità solidarietà, fraternità, patriottismo ecc.

Il successo di questo aspetto – certo non secondario – della resistenza, può senz’altro collegarsi alle impostazioni e al messaggio del 1° marzo.