È innegabile che, per contenuti e tempestività, la presa di posizione dell’A.N.P.I. provinciale sul concerto di Kanye West in programma nel prossimo luglio all’Arena RCF, abbia finito col fissare una sorta di crinale nel dibattito pubblico cittadino.
Non ci interessa, qui, tenere una contabilità dei favorevoli e dei contrari e delle loro motivazioni. Ancor meno ci attrae l’idea di inasprire ulteriormente la polemica. Riproponiamo, invece, l’argomento per tentare di mettere a fuoco alcuni temi che impattano sullo stesso concerto e altri che gli vanno oltre e guardano al prossimo futuro.
Circa i primi: non possiamo, né come A.N.P.I. lo abbiamo fatto, considerare i 130.000 che andranno ad ascoltare Kanye West dei potenziali antisemiti, filo-nazisti e misogini. Non sarebbe solo ingiusto, sarebbe proprio sbagliato: non facciamo regali non richiesti. Così come sarebbe sbagliato, e neanche questo abbiamo fatto, infilare la nostra associazione in una discussione sul genere di musica che le persone devono ascoltare. Esse, fortunatamente, ascoltano quel che più gli piace. Anche se, nel nostro caso, a stonare non è la voce, ma ciò che la voce dice. È necessario, piuttosto, ribadire che se a comandare ci fossero ancora coloro che ispirano i disvalori espressi da cantanti di quel tipo, non ci sarebbe nè la libertà di organizzare concerti nè di scegliere le canzoni da ascoltare. Di nuovo si presenta la questione della libertà nella sua accezione più ampia e non nella sua applicazione caso per caso a seconda delle convenienze. Kanye West può esibirsi a Reggio (pensate al paradosso), perché hanno vinto coloro, i partigiani e le partigiane in primo luogo, che combattevano le idee che lui oggi contribuisce a diffondere.
Per chiudere sulla prospettiva futura: non siamo di fronte a una caso isolato. La galassia di quel genere musicale è, purtroppo, molto diffusa e profonda. È il prodotto non la causa dello “spirito del tempo” nel quale la democrazia è ormai un impaccio e a guidare è chi detiene la forza e i mezzi per farlo. Sappiamo bene che non ce la si cava con qualche azzeccata presa di posizione. Ma sappiamo altrettanto bene che se nessuno prende posizione nel silenzio vincono i cattivi. Perché questo non accada occorre tenere lungo e teso il filo della memoria con le nuove generazioni. E cioè anche con coloro che vanno a quei concerti. E che ci vanno staccati da quel filo. In pratica: disarmati. Per tale sforzo non bastiamo ovviamente noi. Centrale è il ruolo non surrogabile delle Istituzioni e del sistema educativo integrato dall’attività di soggetti del volontariato laico e cattolico e dal movimento sindacale. A questi dobbiamo aggiungere il nostro sistema d’imprese e il variegato mondo degli ordini professionali. Insomma: la società civile e il mondo produttivo nelle sue forme organizzate. E poi le piazze (al plurale) cittadine piene di donne e uomini. La difesa della libertà non è un lavoro part-time né affidabile a una parte sola.