1944 – Dicembre 17/21 – Rappresaglia di Sesso

I Manfredi ( Virginio , Alfeo, Gino, Aldino, Guglielmo )

Quella dei Manfredi di Villa Sesso era una famiglia di mezzadri molto numerosa, che comprendeva oltre al padre Virginio ed alla madre Gilioli Maria, i sei figli Attilio, Tito, Alfeo, Aldino, Guglielmo e Gino. Nessuno dei fratelli aveva aderito al partito fascista, verso il quale tutta la famiglia mantenne fin dagli inizi una forte ostilità. Dopo l’8 settembre 1943, con il ritorno a casa di quattro figli precedentemente richiamati alle armi, i Manfredi si resero immediatamente utili nel lavoro “paramilitare”. Raccoglievano viveri e materiale per le primissime formazioni partigiane, assistevano e nascondevano i perseguitati politici, facevano da guida ai nuclei delle reclute partigiane nel loro viaggio verso l’Appennino. Fu così che casa Manfredi divenne una delle basi più solide della organizzazione, dove si riunirono quasi giornalmente i dirigenti dell’Intendenza, i componenti del Comando Piazza e del C.L.N. Provinciale. Il martirio di questa eroica famiglia ebbe inizio il 17 dicembre 1944 con la fucilazione di un primo figlio, Alfeo, la cui unica colpa fu quella di essere stato sorpreso ad ascoltare la radio nella casa di un amico con altri tre compagni. Ma per i fascisti essi “erano in possesso di armi e di manifesti sovversivi pronti per l’affissione”. Accuse ovviamente false, che i ragazzi negarono dopo essere stati arrestati, ma per questo vennero percossi a sangue al punto tale di spezzare le gambe ad alcuni di loro; ma la sorte era ormai segnata e così vennero fucilati. Capeggiati dal maggiore Attilio Tesei,  i fascisti fecero irruzione a casa Manfredi soltanto tre giorni dopo, di mattino presto, accolti da Gino, già in piedi per curare la stalla, il quale venne immediatamente ammanettato e brutalmente percosso. Conclusa la retata, papà Virginio ed i tre figli Gino, Guglielmo e Aldino vennero caricati su un camioncino e condotti alla ormai ex cooperativa di Sesso per estorcere loro le prime “spontanee” confessioni. Nei locali della cooperativa uno dei vigliacchi torturatori, tale Zanichelli Nello, si fece consegnare dal gestore un ferro da stiro ed un coltello, con i quali si accanì ferocemente sul povero Gino, probabilmente già sospettato che venne bastonato ed ormai certo di non uscir vivo dalle mani dei suoi carnefici, prese su di sé ogni responsabilità nel tentativo di salvare la vita del padre e dei fratelli. Ma a nulla valse il suo sacrificio. La tragedia volgeva al suo epilogo, i fascisti volevano a tutti i costi un massacro. Colpevoli o no avrebbero fucilato almeno 60 persone, poi concordarono con il comando tedesco che gli uccisi sarebbero stati 13. Verso le 10 del mattino i condannati vennero portati fuori dai locali della cooperativa. Gino Manfredi aveva un braccio spezzato, i piedi fasciati a causa delle ustioni praticate con il ferro da stiro ed il volto coperto dai lividi. Il vecchio Virginio, quando vide Gino completamente sfigurato dalle torture e resosi conto che Guglielmo e Aldino erano inclusi nel gruppo dei condannati a morte, volle seguirli nella atroce sorte. Sul luogo dell’esecuzione fece più volte la spola tra i suoi ragazzi ed i fascisti, chiedendo che fosse risparmiata la vita ad almeno qualcuno dei figli, ma quando fu chiaro che tutto era inutile volle morire con loro, crivellato dai colpi dei traditori fascisti. Quattordici furono le vittime del 20 dicembre. Un tale barbaro eccidio consumato così a sangue freddo fece tremare i polsi anche agli stessi fascisti, che inizialmente rifiutarono di far parte del plotone d’esecuzione e soltanto l’intervento del  Tesei, con tanto di pistola in pugno, li costrinse a completare l’orrendo omicidio.

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