Testimonianze – Interviste

Pagine della memoria (Blog di Gianni Marconi)

LINK che parlano di resistenza:

il verde il bianco il rosso

Il lungo viaggio di MARIA CERVI per lasciare memoria

 A ricordarla è il nostro Presidente Giacomo Notari.

 Ai contadini siciliani restava poco o nulla dopo un anno di lavoro, qualche volta solo la paglia. Ai braccianti pur lavorando dall’alba al tramonto, era negato ogni elementare diritto e molti furono costretti a lasciare la loro terra in cerca di miglior fortuna. Il movimento dei fasci dei contadini siciliani al quale avevano aderito larghi strati popolari delle campagne, fu represso nel 1894 con l’intervento dell’esercito, dal siciliano Francesco Crispi, per salvaguardare gli interessi della vecchia classe dominante in Sicilia e arrestarne l’avanzata di ogni progresso civile.

Correva l’anno 1955, primo decennale della Resistenza. In quel tempo ero a Genova con Franco Cocconcelli detto “Max”, tutti e due attivi nel P.C.I. in quella città, per creare le condizioni organizzative per il rientro delle domestiche montanare reggiane nelle varie tornate elettorali.
A quel tempo, le nostre montagne erano toccate ancora da enormi difficoltà economiche, per cui molte donne erano costrette a cercare lavoro in altre province, per poter aiutare le loro famiglie.
Genova città partigiana e Medaglia d’Oro, che costrinse il generale tedesco a firmare la resa incondizionata nelle mani del C.V.L., celebrava il decennale della liberazione con possenti manifestazioni.
Fu naturale per me e Franco essere presenti, tanto più che erano ospiti d’onore il vecchio Alcide Cervi con la nipote Maria, accompagnati dal Segretario Provinciale dell’ANPI di Reggio Emilia, Alberto Vanicelli “Veleno”. La città manifestò al Vecchio tutto l’affetto possibile, tanto da indurre l’allora Sindaco di Genova, Gelasco Adamoli, a chiedere agli ospiti di rimanere ancora qualche tempo. Naturalmente Franco ed io eravamo con loro.
La cittadella operaia di Sestri Ponente riservò agli ospiti una tale accoglienza che a Vanicelli si ruppe la giacca sulle spalle, tanta era la calca di chi voleva toccare il vecchio Alcide, simbolo della Resistenza. La notte prima delle celebrazioni, Vanicelli aveva scritto il discorso su carta intestata dell’albergo dove sostavamo e che ancora conserviamo. Quelle righe si può ben dire che contengono moltissima attualità.
Fu così che incontrai Maria per la prima volta, aveva diciannove anni e potrei affermare che fisicamente poteva paragonarsi alla Sua figlia primogenita. Vivendo in montagna, per decenni non ebbi più occasione di incontrarla. Giuseppe Carretti “Dario”, allora Presidente dell’ANPI, me la presentò successivamente al X° Congresso della nostra Associazione. Fu proprio Maria, insieme a Carretti ed al Rag.Osvaldo Salvarani “Aldo” a chiedermi di accettare la Presidenza dell’ANPI.
Da allora ho percorso un piccolo tratto di cammino con Maria, Lei ha tessuto di memoria resistente tutte le contrade d’Italia, fino al triste giorno in cui ci ha lasciati.
Oggi, grazie al lungo viaggio di Maria, la memoria della famigli Cervi ha pervaso le coscienze di intere generazioni.

 

In carcere con i fucilati di Porta Brennone

Ricordo di Otello Faietti, che trascorse al carcere dei Servi il periodo in cui furono prelevati i quattro giovani per essere poi fucilati a Porta Brennone il 3 febbraio 1945.

“Erano quattro giovani, dai 20 ai 27 anni, chi era operaio, chi contadino, uno era ufficiale dell’esercito: è stato un attacco alla gioventù quello del fascismo, che ha ingannato un’intera leva di giovani, li ha strumentalizzati e portati alla morte. Allora nel 1938-39 non c’erano schieramenti ben definiti, ma c’era un clima di mancanza di libertà. Ero finito ai “Servi” per una spiata, mi hanno fatto bere olio di ricino e mi è andata bene, perchè le torture più orribili erano di norma per indurre i patrioti a parlare.
Nell’ufficio di Sidoli, il direttore del carcere, c’erano i “manici di pimpignana” , bastoni sagomati con mazza terminale per battere i prigionieri, sacchetti di sabbia che venivano usati per picchiare sulla schiena dei torturati. Ecco un esempio: Caruso, autista della Federazione fascista, distribuiva volantini antifascisti. Un giorno percorrendo in moto una curva, il sacchetto dei volantini si ruppe ed essi si sparsero per la strada. Rinchiuso ai Servi, fu torturato e picchiato con i sacchetti di sabbia, tanto che gli si distaccarono i polmoni ed il Dott. Vergalli del Comune, stilò un certificato di morte per insufficienza cardiaca.
Ai Servi c’erano sei celle, nella mia eravamo in 13 prigionieri, un tavolaccio per arredo e paglia con pidocchi per giaciglio. Sotto questa paglia un giorno vi ho trovato una pubblicazione in carta di riso sottilissima: “La Madre” di Gorkij.
Hanno portato dentro Cristoforo Carabillò, tenente dei bersaglieri nella caserma di Scandiano, aveva i capelli rasati, gli occhi gonfi e una cicatrice in testa provocata da una botta con caricatore da mitra.
Anche Filippini è finito ai Servi (poi diventato sindaco di Luzzara) picchiato e tutto coperto di sangue, nel tratto da Codisotto a Guastalla gli hanno ammazzato il fratello. Il tenente Incerti l’ha pugnalato alla coscia durante l’interrogatorio e lui in cella ha imprecato: “cag gnés un cancher, mi possono ammazzare ma non dirò mai niente”. Ma attenzione in cella con noi c’erano due spie, uno stradino di Coviolo e un altro indicatomi da Bedogni Amos (Gambadilegno).
Venne Dolman in cella e picchiarono il suo autista, dopo le torture la sua schiena era tutta rovinata e dopo due giorni lo hanno portato via e non se ne seppe più nulla.
Tognoli Vittorio era preoccupato dopo l’interrogatorio perchè altri avevano parlato, lo avevano cinghiato, aveva una specie di gobba e gliel’hanno bruciata con il ferro da stiro.
Anche Turci Dino è stato stirato con il ferro da stiro rovente ben quattro volte …”

Questi i ricordi ancora vivi di quel terribile periodo oppresso dal fascismo, che ha condannato un’intera generazione di giovani togliendo loro la speranza di una vita normale, di giustizia e di pace.

Lettera alle figlie, di Didimo Ferrari “Eros”

Significato del 25 Aprile

Anna e Maura carissime,
oggi vi voglio parlare del significato del 25 aprile.
Dato che ora sono le nove, e voi sicuramente insisterete perché vostra mamma si decida a prepararVi per andare ad assistere alla sfilata dei partigiani, fate in modo che io possa essere presente in Voi e possiate “vedere” il vostro papà, appena vedrete i partigiani inquadrati e festosi. Perciò niente capricci e pensate che anch’io sono lì con Voi, con tutti i partigiani.
Oggi, 25 aprile, quinto anniversario della Liberazione, è una grande giornata per il popolo Italiano.

Questo giorno, cinque anni fa, ha segnato la fine di una lotta accanita ma vittoriosa di tutto il popolo. Ma ha anche fatto sperare all’inizio di una vita nuova. Tutto il popolo lavoratore ha salutato quel giorno come l’inizio di un’era di giustizia, di pace e di tranquillità.
Le lotte del primo Risorgimento, le gesta di Garibaldi, il sacrificio di Pisacane ed il martirio di tanti e tanti patrioti, perché l’Italia fosse unita e indipendente, rivivevano nell’animo del popolo italiano nel grande giorno della liberazione e ciò perché l’Italia ritrovò, in quel giorno, la sua unità, la sua volontà di vita, lo spirito del Risorgimento; infatti la lotta di liberazione, animata da questo spirito, risveglio negli italiani i sentimenti dell’unità e dell’indipendenza d’Italia, ma cercate di ricordare sempre che furono innanzi tutto gli operai ed i contadini, guidati dal partito comunista, a dare il maggior contributo in questa lotta, per il prestigio dell’Italia.
E’ stata una guerra di popolo contro gli oppressori, una guerra antifascista, un moto popolare e nazionale per castigare i nemici del popolo, cioè i nemici d’Italia. Ed il 25 aprile è stato l’epilogo, la conclusione di tutta questa lotta, che giustamente viene anche definita lotta per il secondo Risorgimento d’Italia.
Naturalmente anche la città dove siete nate, la Città del Tricolore, ha dato quanto aveva di meglio in questa lotta di popolo. Ecco perché oggi, durante la manifestazione Il Presidente della Repubblica appunterà la medaglia d’oro al gonfalone della città.
La decorazione è stata meritata. Pensate che più di cinquecento lavoratori sono caduti nella provincia per il riscatto Nazionale. Pensate ai sette Fratelli Cervi, alla famiglia Manfredi ed a tanti altri barbaramente uccisi dai nazifascismi!
E’ tutto un esercito di eroi che si è immolato contro le barbarie.
Anch’io vorrei essere li con Voi oggi in carne ed ossa e non solo con il pensiero per rivivere almeno con i miei compagni di lotta di ieri i grandi momenti delle battaglie per la libertà. Ma poiché ciò è impossibile, incarico voi a rappresentarmi e a dire ai partigiani, a tutti i partigiani, che il vostro papà è sempre con loro, in ogni momento, se anche un’accusa infame, ordita dai soliti nemici, lo obbliga a nascondersi per non essere arrestato.
Voi potete ben rappresentarmi perché ne avete il diritto. Non solo perché il vostro papà è stato anche lui un partigiano, ma anche perché sono stato proprio io a proporre ed a preparare tutti i documenti, in qualità di commissario delle formazioni partigiani reggiane per la decorazione della medaglia d’oro alla Città. Con questo però non me ne faccio un vanto; ma dovete capire che è motivo di orgoglio per me.
Voi certamente domanderete alla mamma ed alla nonna perché non sono anch’io a festeggiare. Voi certe cose oggi non le potete comprendere, ma quando sarete più bambine potrete spiegarVi questo “enigma” e tanti altri. Intanto vi dico subito che oggi molti partigiani si trovano nella mie stesse condizioni. E sapete perché. Perché se è vero che la lotta di liberazione è stata sostenuta dal popolo dai lavoratori; se è vero che il 25 aprile rappresenta l’Italia popolare, è altrettanto vero che i governanti di oggi fanno ogni possibile per far dimenticare le ragioni per cui si era combattuto, per calpestare i principi della lotta di liberazione. I governanti di oggi però non possono far dimenticare totalmente il grande valore morale della lotta di liberazione. Poiché è impossibile per loro, se anche lo desiderano, cancellare un atto così fulgido della nostra storia, a malincuore concedono ricompense al valore, rendono onere ai morti per la liberazione d’Italia e perseguitano coloro che sono sopravvissuti alla lotta. Il Vostro papà è uno dei tanti partigiani perseguitati.
Dovete però sapere che i partigiani vengono perseguitati perché hanno giurato sulla tomba dei loro compagni caduti che la lotta sarebbe continuata fino al raggiungimento completo dei principi che hanno animato la resistenza italiana: principi di giustizia, di pace, di libertà e di indipendenza nazionale. E poiché dopo la liberazione i partigiani hanno mantenuto fede a questi principi, come ha fatto il vostro papà continuando a sostenere la lotte pacifiche dei lavoratori e spesso mettendosi alla loro testa, perché fossero garantite la pace e la libertà, perché fossero assicurati il pane e il lavoro, ecco che i governanti di oggi vogliono immobilizzare i partigiani, li vogliono screditare di fronte all’opinione pubblica, per meglio realizzare gli stessi scopi del fascismi; guerra, miseria ed asservimento nazionale. Ma questi governanti non riusciranno nel loro intento. Non riusciranno perché il 25 aprile ha un significato che va al di là dei calcolo dei signori governanti; esso è radicato nell’animo dei lavoratori e non sarà mai più cancellato; non riusciranno perché i partigiani manterranno fede al giuramento fatto sulla tomba dei loro compagni caduti, malgrado le persecuzioni, non riusciranno perché il popolo lotterà sempre per mantenere la pace, e sarà disposto ad insorgere contro la guerra.
Ecco cosa significa il 25 aprile mie care bambine.
Significa inizio di marcia di tutto il nostro popolo verso obiettivi di giustizia, di pace e di benessere; verso una meta dove splende perennemente il sole, la primavera e la felicità: verso il socialismo.
Ora andate pure a vedere la sfilata ed applaudite ai partigiani anche per me.
Tu però Anna non fare i capricci se la mamma vuole pettinarti per benino. Non sai che vuole solo permetterti di fare bella figura.
Vi bacio tutte due.  Vostro papà                                                                                                Ravenna 25 aprile 1950

La Battaglia di Cerrè Sologno

 Care le mie bambine,
Voi Vi domanderete come e perché il Vostro papà ha una decorazione, una medaglia d’argento. Dato che oggi ricorre il sesto anno della battaglia per la quale sono stato decorato, Vi voglio raccontare qualcosa in merito.
Dovete sapere che nel 1944 tutti i bravi italiani lottarono contro i tedeschi ed i fascisti.

Per i fascisti erano suonate le ultime ore della loro esistenza, dopo più di venti anni di ingiustizie e di oppressioni. Era perciò naturale che io fossi tra coloro che lottarono con le armi contro i nemici, contro i nemici dei lavoratori; anch’io volevo lottare con le armi contro questi nemici perché non mi sarei mai perdonato la qualifica del vigliacco.
Dovete imparare fin da ora che il vigliacco e l’indifferente ai problemi vitali del suo tempo è l’essere più spregevole che possa esistere.
Vi confesso però che non andavo di fronte al pericolo, di fronte alla morte, senza timore. Ma era una necessità morale, come è un dovere dare la caccia ad una belva feroce fuggita da un serraglio. Dunque anch’io mi sono fatto partigiano ed ho partecipato alla guerra di liberazione. Tutti i compagni partigiani mi volevano bene e mi elessero loro commissario politico.
Era una carica molto importante e vi confesso che ero orgoglioso, come sono anche orgoglioso della decorazione; del resto tutti gli uomini sono orgogliosi quando ricevono incarichi importanti. Ma era anche una grave responsabilità e temevo sempre di sbagliare perché mi sembrava un compito superiore alle mie forze ed alle mie capacità.
E’ vero che avevo passato tanti anni di confino e di carcere; ma ero sempre un bracciante di fronte a dei partigiani che avevano studiato, che avevano frequentato le scuole superiori e che ora erano laureati. Io ero solo un comunista ed un antifascista. Ma poi mi convinsi che anche i partigiani laureati avevano fiducia in me, e ciò mi dava maggior animo. Non dovete credere però che fossero molti i partigiani laureati o già ufficiali dell’esercito: si contavano sulle dita, mentre la stragrande maggioranza erano operai o contadini.
Ma io mi dilungo in questioni secondarie, senza entrare nell’argomento.
Ora però vi accontento subito.
Dopo dieci giorni che ero su in montagna si decise di attaccare dei presidi fascisti. Quello di Gatta e quello di Ligonchio.
Partimmo dalla nostra base nelle prime ore della notte e, allo scopo di attaccare contemporaneamente i due presidi, ad un certo punto ci dividemmo in due colonne. Io facevo parte della colonna più numerosa, quella che avrebbe dovuto attaccare Ligonchio. Mentre però tutto andò bene per l’attacco di Gatta, la mia colonna dovette fermarsi a metà strada, a Cerrè, per causa della troppa neve, non prevista, e rimandare l’attacco per il giorno dopo. Dovete sapere che Cerrè è un piccolo paese, sperduto negli appennini reggiani, privo di strade, con le vecchie case in mezzo a grossi ed alti castagni. Metà di queste case sono al piede di un colle, l’altra metà di sopra. Così gli abitanti hanno diviso il paese in “Cerrè basso” e Cerrè alto”.
Noi ci eravamo fermati a sparpagliati nelle case e nelle stalle di Cerrè alto.
Fu dopo due ore circa, già mattino alto, che due montanari ci avvertirono della presenza di tedeschi e fascisti in “Cerrè basso”.
Dato l’allarme, ci mettemmo in formazione di combattimento. Sia per noi che per i nazifascisti fu una sorpresa. Noi non sapevamo in quanti erano, ma anche loro non sapevano nulla di noi.
Dopo di averli sconfitti sapemmo che erano una compagnia con più di cento. …..ma non voglio anticiparVi la fasi del racconto….
I nazifascismi erano armatissimi, mente noi eravamo venticinque partigiani con poche armi. Dato poi che per molti partigiani era il primo combattimento, come era per me, potete immaginare in che condizioni ci trovavamo. Ad aggravare la situazione avvenne che nella prima ora di combattimento ci uccisero tre partigiani e ci ferirono gravemente il comandante e il vice comandante.
La situazione diventava disperata: subentrò un certo panico tra i partigiani e qualcuno cercava di scappare. Allora io ebbi molta paura. Pensai che se fossero scappati ci avrebbero inseguiti e uccisi tutti. Visto un gruppo di partigiani che si allontanava da una postazione, senza una ragione plausibile, sparai un colpo di rivoltella per aria e gridai “Fermi Tutti”. Dopo di essermi avvicinato a loro dissi: “Non dobbiamo fuggire….non dobbiamo essere dei vigliacchi!…… Abbiamo già dei morti, dei compagni caduti….dobbiamo vendicarli..!!.
Si vedeva nei loro volti una grande paura, ma si capiva che non erano dei vigliacchi. Sentivo che provavano quello che provavo io. Ma invece di tirare la conclusione di essere più decisi e di resistere, credevano di fare meglio scappare.
Convinto di ottenere un ottimo effetto dissi loro ancora: “Chi si sente comunista stia qui con me, e chi crede che per fare un partigiano bisogna scappare se ne vada via, ma senza armi”
Quanta gioia provai vedendo che nessuno si allontanava. E’ vero che lo dissi con fare eccitato; ma capivo che rimanevano perché erano bravi e non perché avessero avuto paura della mia rivoltella.
Dato che la situazione non era mutata con le mie parole, ed i partigiani mi guardavano come per dire. “va bene, noi restiamo qui; …ma….. come pensi di risolvere la situazione !!!. “ Sempre con energia aggiunsi: Ora dobbiamo snidare quella raganella (un mitragliatore tedesco) chi viene con me? Siamo sufficienti in sette od otto. Gli altri devono stare qui e proteggerci con i loro fucili.
Ricordo tutto come se ancora ora stessi per fare la stessa cosa. Capivo che bisognava dare l’esempio e che era il momento di mettere in pericolo la propria vita per sollevare quella dei miei compagni. Per salvarci bisognava vincere ad ogni costo.
Il primo a dire “vengo io” fu il partigiano “Mollo”, un giovane veramente straordinario, che voi dovete sempre ricordare; Egli è stato veramente un eroe. Poi altri seguirono l’esempio di “Mollo”
In quell’attacco furibondo “Mollo” mi salvò la vita. Per sparare contro una finestra, da dove partivano raffiche di mitraglia, mi ero portato dietro una spigolo di una casa, ma non avevo visto che un fascista al mio fianco controllava la zona. Fu un attimo. “Mollo” mi buttò a terra con uno spintone, Sentii una scarica sopra di me e poi lo scoppio di una bomba. Era stato “Mollo” a gettare la bomba contro il fascista che mi aveva sparato addosso. Il fascista non sparò più su nessun partigiano e, dopo una lotta di circa mezz’ora nella quale un altro nostro partigiano rimase ferito gravemente, noi sette riuscimmo a far tacere la raganella.
Fu l’inizio della ripresa. I partigiani ripresero fiducia in loro stessi e la compagnia nazifascista venne distrutta.
E’ stata una bella vittoria, una delle più belle di tutte la lotta partigiana.
Vedete mie care bambine come bisogna sempre avere fiducia di noi stessi e dei nostri compagni.!
Io ho accettato volentieri la decorazione per quella battaglia, ma il merito della vittoria fu di tutti i partigiani, perché dopo il superamento del primo smarrimento si sono comportati tutti bene.
Pensate che ben sette compagni sono morti e dodici feriti più o meno gravemente per distruggere la compagnia nazifascista.
“Mollo” quella volta si salvò, ma due mesi più tardi, ancora nel tentativo di aiutare dei compagni, ci lascio la vita. L’abbiamo proposto per la “medaglia d’oro”.
Ricordatevi sempre della lotta partigiana, che è stata una lotta per la dignità d’Italia, contro i nemici del popolo.
Ancora oggi il popolo lotta perché i principi della liberazione non siano calpestati e possano finalmente trionfare.
Quando non sarete più bambine continuate anche voi su questa strada, sempre con i lavoratori, sempre con il popolo.Vostro papà.                                                                                                       Ravenna 16-3-1950

(Ringraziamo Anna Ferrari per averci concesso di pubblicare la lettera)

 

Ivo Mareggini a 13 anni con i partigiani

Si illuminano gli occhi di Ivo quando racconta la sua storia. Una storia apparentemente come tante, legate agli anni del fascismo e della Resistenza. Eppure Ivo a soli 13 anni già si intrufolava tra i tedeschi, con l’incoscienza che solo un bambino può avere, portando gli ordini al comando partigiano. I tredicenni di oggi vestono alla moda, vivono con spensieratezza i primi amori, Ivo invece aiutava i genitori mezzadri e molto poveri, nel duro lavoro quotidiano.

Insieme al padre rimase vittima di un bombardamento aereo, mentre si recavano da un amico di famiglia con un carretto a recuperare un sacco di granoturco per fare la polenta. Nei pressi di San Giovanni di Querciola c’era un passaggio obbligato a causa di una frana e gli aerei alleati avvistarono una carrozza tedesca, iniziando un bombardamento a tappeto che li investì in pieno. Riuscirono a salvarsi soltanto grazie ad un grande albero caduto, sotto al quale trovarono rifugio. Aiutare i partigiani divenne per Ivo un lavoro quotidiano, molto pericoloso, ma che svolgeva con grande volontà. Una cassa di munizioni caduta da un carro tedesco fu uno dei suoi primi compiti. I partigiani sarebbero stati subito scoperti, così venne mandato a recuperare il prezioso bottino, con un filo di ferro trascinò la cassa nascondendola nel bosco vicino, in modo da essere portata successivamente al sicuro e lontano da occhi indiscreti. Figlio di Mareggini Primo, partigiano comunista, nome di battaglia “Bomba”, Ivo capì ben presto l’assurdità della guerra, rifiutando la propaganda e la retorica carnevalesca del fascismo, le quotidiane violenze sulla popolazione, la fame, la morte. Anche la madre, Beneventi Malvina, si prodigò sempre per aiutare i partigiani, non tanto come staffetta, perché aveva altri due figli molto piccoli da accudire, ma supportando l’organizzazione clandestina spontaneamente con piccoli e preziosissimi lavori. E furono davvero tante le donne che pur senza sparare, diedero quel tipo di aiuto e senza nulla pretendere una volta terminata la guerra.
“Ero piccolo, brutto e mal vestito”, connotazioni che facilitarono non poco le sortite di Ivo;
come il 5 agosto del 1944, quando i tedeschi giunsero a Regnano, terrorizzando la popolazione per due giorni. Il padre, lo zio ed un altro compagno dovettero nascondersi in un fienile ed Ivo, eludendo la ferrea sorveglianza, con semplici scuse ed anche con un po’ di fortuna, riuscì ogni giorno a portare loro del pane e dell’acqua per sfamarli, attraverso un piccolo buco praticato nel fieno.
Non ha mai combattuto, anche se la paura probabilmente era la medesima, nel trovarsi di fronte ai tedeschi che lo interrogavano per sapere chi fosse e dove andasse. Così come aveva sempre un po’ di timore incontrando i partigiani. Ne ricorda uno in particolare, comandante del Distaccamento di Regnano, ancora oggi soltanto per il suo nome di battaglia, “Schipa”, che lo seguiva sempre come fosse un padre.
Ivo non demordeva, portava gli ordini dentro agli zoccoletti, andava a prendere i secchi di acqua salata al vulcanetto di Regnano per fare il pane, eppure ogni volta i tedeschi non sospettavano mai di lui, anche se la sua presenza nei dintorni del comando partigiano, unico bambino, alla fine destò qualche dubbio. Però sapeva che il suo lavoro era importante e lo svolgeva senza tanto pensare. Seguendo l’esempio dei genitori, in modo particolare segnato dalla vicenda del padre, Ivo maturò definitivamente una coscienza antifascista del tutto naturalmente, quando il 20 marzo 1945 i fascisti, tra i quali alcuni del posto, giunsero a Case Vecchie di Regnano, circondando la casa e mettendo al muro anche lui e la sua mamma. Volevano sapere i nomi dei partigiani, i loro nascondigli, dove tenevano le armi. Ovviamente nessuno disse nulla, anche se le armi in casa dei genitori di Ivo c’erano sul serio, nascoste dietro una finta parete nella stanza da letto ed erano proprio quelle del Distaccamento di Regnano, di cui faceva parte Primo Mareggini. Più di una volta i fascisti avevano fatto irruzione, senza mai trovare nulla. Il papà di Ivo riuscì a fuggire appena in tempo, scalzo con una sola scarpa in mano; insieme allo zio ed un altro compagno già si erano portati al Comando a Baiso, poiché sospettavano che presto sarebbero venuti a cercarli.
Nei giorni della Liberazione c’era grande fermento, già dal primo mattino la popolazione si accorse della presenza massiccia di uomini armati che attraversavano i campi. Inizialmente nessuno comprese cosa stesse accadendo, poi Ivo, portandosi a Cà Bertacchi insieme ai famigliari, trovò il piccolo centro abitato letteralmente invaso dai partigiani. Provenivano dalla montagna, stanchi, sfiniti dalla strada percorsa a piedi ma contenti, in quel momento la popolazione provvide a sfamarli, a dissetarli, a dare loro ogni sorta di conforto. Anche la mamma di Ivo portò un salame, anche se era l’unica cosa che avevano. Il padre mancava da casa da ben tre giorni e già si trovava a Reggio per liberare i prigionieri al carcere dei Servi. L’emozione fu grande, non solo per Ivo e la visse con gli amici correndo per le strade con un pezzo di stoffa rossa sventolandola a mò di bandiera. Da quel giorno Resistenza ed antifascismo divennero per lui una vera e propria ragione di vita.
Oggi Ivo è Segretario della sezione ANPI a San Polo d’Enza, ruolo che ricopre con grande orgoglio, instancabilmente da ben 11 anni, promuovendo incontri, organizzando manifestazioni a ricordo dei caduti, rinnovando ogni giorno la memoria, mantenendo fede ai valori che i genitori seppero trasmettergli. Alla luce della sua esperienza accanto al padre ed insieme ai partigiani, dove ha potuto cogliere positivamente le vicende della Resistenza, rendendosi conto personalmente degli enormi sacrifici che sono serviti per dare la libertà al popolo italiano, fatica a comprendere l’attuale situazione politica, nella quale sono tornati prepotentemente in auge gli eredi del fascismo. Per Ivo non è un momento facile quello che sta attraversando il nostro Paese, tuttavia vede nei giovani la grande speranza per continuare il cammino della Resistenza, soprattutto dopo l’invasione festante di Casa Cervi alla prima festa nazionale dell’Anpi, dove oltre 20mila persone hanno dimostrato non solo che i partigiani esistono ancora, ma soprattutto che le idee per le quali hanno combattuto e sofferto, continuano. “Io ho capito da bambino che cosa vuol dire essere antifascista ed ho intenzione di seguire quella strada, così come i miei genitori, fino alla fine”.

 

 25 APRILE: LETTERA DI ADDIO

Mio caro papà,  sii forte! Muoio, come sono vissuto, da combattente di classe. E’ facile dirsi comunista finchè non si deve versare del sangue per esserlo. Se uno lo è stato veramente, lo si sa solo quando giunge l’ora della prova. Papà, io lo sono! Per salvarmi ho fatto di tutto, anzi, in un certo senso per salvarmi ho rinnegato il mio passato e, soprattutto, per evitare di coinvolgere altri in questa vicenda. A me, in realtà, non è servito a nulla ma agli altri di cui ero responsabile sì. E anche questa è una consolazione.

Credimi, papà, non sono triste. Non lascerò che alcuno mi veda debole. Morire con dignità: questo è l’ultimo scopo che mi sono dato.

 Tu mostrati degno di tuo figlio. Vinci il dolore: hai ancora il tuo compito da compiere. Devi compierlo duplicato, triplicato, perchè i tuoi figli non sono più. Povero papà! Ma anche fortunato papà che hai dovuto sacrificare alla tua idea quello che di meglio avevi. La guerra non durerà a lungo e allora sarà la tua ora. Pensa a tutti coloro che se ne sono già andati e che ancora andranno su quella strada su cui oggi io devo andare. E dai nazisti impara una cosa: ogni debolezza sarà pagata con un’ecatombe di sangue! Perciò sii implacabile! Resta duro! Nulla ho da rimpiangere nella vita, al massimo di non aver fatto abbastanza! Ma la morte mi concilierà anche con coloro che non sono stati sempre d’accordo con me.

Dimostra ora che sei un combattente di classe con tutto il tuo cuore, per tutta la tua vita. Aiutalo tu, Frida, non deve soccombere: la sua vita non appartiene più a lui ma al movimento. Ora più che mai, mille volte di più! Ora dovrà dimostrare che la sua convinzione è radicata non in un romantico ideale, ma nella inesorabile necessità. Abbi cura di Marta: è vostra figlia! E’ lei che renderà più sopportabile la mia perdita. Salutatemi tutti i conoscenti e amici. Non li nomino uno per uno ma stringo la mano ad ognuno e lo ringrazio per tutto il bene e l’affetto. Muoio facilmente perchè so perchè muoio. In un tempo non molto lontano coloro che mi uccidono avranno una brutta morte. E’ la mia convinzione. Duri bisogna restare, papà, duri! Non cedere mai! In ogni ora di debolezza, papà, pensa a quest’ultima richiesta di tuo figlio.                    Walter

(Walter Husemann, anni 33, meccanico e giornalista, nato a Berlino il 2 dicembre 1909, membro delle organizzazioni della Gioventù Comunista Tedesca, passato all’attività clandestina sin dal 1933, nel 1936 viene arrestato e internato nei campi di Sachsenhausen e di Buchenwald, nel 1938 viene rilasciato e riprende la sua attività in collaborazione con il gruppo Schulze-Boysen/Harnack, nell’autunno 1942 arrestato con tutti i dirigenti del gruppo e imprigionato nelle carceri di Berlino-Ploetzensee, il 13 maggio è decapitato a Berlino con otto altri patrioti tra cui Erika von Brockdorf.  (tratto da Lettere dei condannati a morte della Resistenza Europea)  –  W IL 25 APRILE    – Fontanesi Alessandro)

 

Nota storica su  PORTELLA 

scritta da   MAURIZIO CALA’, segretario genarale CGIL PALERMO, e da OTTAVIO TERRANOVA, Presidente ANPI PALERMO.

La lotta di liberazione e la fine della guerra avevano creato nei contadini siciliani grandi speranze a seguito della costituzione del primo governo di unità nazionale e al decreto emesso dal ministro comunista Gullo che prevedeva l’assegnazione delle terre incolte e mal coltivate e una più equa ripartizione dei prodotti. La Federterra e la Federbraccianti si erano riorganizzate e avevano tradotto in lotte concrete i primi obiettivi, contrastati subito dalle dichiarate posizioni dei grandi proprietari terrieri, dalle organizzazioni di destra e dalla mafia agraria.

II ritorno di Girolamo Li Causi in Sicilia dopo lunghi anni di confino fascista e il suo impegno politico per liberare la Sicilia da una secolare sudditanza, creò le condizioni per rivendicare l’autonomia regionale. La successiva campagna elettorale vide i contadini, i braccianti e tanti siciliani impegnati nella prima competizione democratica dopo il fascismo. La lista del Blocco del Popolo con l’immagine di Garibaldi, che comprendeva tutta la sinistra siciliana, ottenne un gran successo di voti.

Tutti i lavoratori della valle, in particolare quelli dei comuni di Piana degli Albanesi, San Cipirello e san Giuseppe Jato potevano finalmente ritornare a festeggiare il primo maggio a Portella della Ginestra, luogo simbolo delle manifestazioni dei Fasci Siciliani, vietato ai lavoratori durante il ventennio fascista. A Portella si recavano i contadini per ascoltare le parole del medico socialista di Piana degli Albanesi, capo dei Fasci siciliani, Nicolò Barbato: anche Barbato aveva chiesto con le sue iniziative l’assegnazione delle terre, ma per bloccare il suo impegno egli fu incarcerato. La fine della guerra e tutte le successive contraddizioni che avevano fatto emergere, favorì la nascita del banditismo di Salvatore Giuliano che chiamavano “Il Re di Montelepre”. Al bandito non mancarono alleanze e protezioni di mafia e mondo agrario e della peggiore politica che lavorava per fare diventare la Sicilia isola satellite degli Stati Uniti d’America. In questo quadro di contraddizioni e di falsi obiettivi per la Sicilia, Giuliano fu nominato colonnello dell’EVIS, movimento che intratteneva rapporti con parte degli alleati. I contadini attraverso le loro organizzazioni politiche e sindacali, erano riusciti anche con alterne vicende, a realizzare con operai e giovani intellettuali una concreta unità per sconfiggere il vecchio edificio feudale

Con la vittoria della Repubblica, la nascita dell’autonomia regionale e la vittoria elettorale a favore della sinistra, si era determinato un grande movimento politico di rinnovamento che aveva creato entusiasmo e tante attese nei siciliani. In questo quadro di mobilitazione e di entusiasmo, il primo maggio del 1947 furono organizzate ovunque in Sicilia, feste di popolo con parole d’ordine a lettere cubitali scritte nei tanti cartelli; era rivendicato, innanzitutto, un reale cambiamento politico della regione.

Quel primo maggio a Portella della Ginestra, luogo simbolo di tante lotte, i cittadini di tutta la valle con le famiglie e i loro bimbi portati a spalla si erano riuniti per festeggiare il Primo Maggio in piena libertà; i banditi comandati dal loro colonnello Salvatore Giuliano in combutta con mafia agraria e forze oscure dello Stato, appena ebbe inizio il comizio del dirigente comunista di San Giuseppe Jato, spararono senza nessuna pietà sulla folla riunita a festa. Furono undici i morti e tantissimi i feriti, tra loro anche donne e bambini. I morti sarebbero potuti essere di più se alcuni contadini non fossero riusciti a trascinare durante la sparatoria diversi bimbi lungo un canalone a ridosso della montagna Pizzuta e del monte Kumeta.

Subito dopo la strage, Girolamo Li Causi ne indicò alla Costituente, con coraggio e determinazione, alcuni nomi di mandanti ed esecutori.

Questa prima strage di Stato aprì un periodo terribile nella regione e in Italia proprio perché era maturata all’indomani dell’importante risultato elettorale della sinistra in Sicilia, del grande movimento di unità che si andava realizzando e perché il Governo e i maggiori rappresentanti dello Stato, l’ispettore di pubblica sicurezza e i più alti gradi della Magistratura, utilizzavano la mafia come braccio dello Stato, dopo avere utilizzato il banditismo. L’Italia intera protestò per il sangue versato da tanti innocenti e, nonostante la strage, i contadini decisero di non mollare e molti si impegnarono per imporre il rispetto dei decreti Gullo. Le lotte ebbero nuovo impulso: ora i contadini oltre a occupare le terre vi seminavano il loro grano. La polizia e i Carabinieri a cavallo, su ordine di Mario Scelba, misero in atto una grande repressione nelle campagne e nei paesi, procedendo al pestaggio e all’arresto di migliaia di contadini e di dirigenti sindacali che furono sottoposti a lunga detenzione e a processi interminabili. Tra gli arrestati, nel feudo Bosco di Bisacquino, anche Pio La Torre.

Grazie a queste gloriose lotte e ai 52 morti assassinati nelle campagne di Sicilia, la sinistra costrinse il Parlamento regionale siciliano ad approvare una legge di riforma agraria, migliorativa rispetto a quella nazionale e finalmente anche il più modesto dei braccianti si sentì finalmente un uomo libero, non più costretto a inchinarsi innanzi al vecchio feudatario. Da quel tragico primo maggio del 1947 l’Italia del lavoro e della sinistra, non ha mai smesso di riunirsi in questo luogo sacro ove il tempo ha trasformato anche i sassi sui quali erano stati adagiati i corpi dei poveri martiri, in bellissimi monumenti. Su alcuni di essi sono ancora scolpiti i nomi dei caduti e le calde parole che il poeta Ignazio Buttitta subito dopo la strage volle dedicarvi, accanto al grande sasso di Nicolò Barbato.